Andriana Art Poetry

Arte & Scrittura

  • Questo è stato il mio primo libro pubblicato da una casa editrice italiana online. Un punto di partenza importante nel mio percorso di scrittura. Proibito cancellare nasce dalla memoria, dalle ferite, dalle partenze, dalle radici e da tutte quelle esperienze che il tempo può trasformare, ma non dovrebbe cancellare. Oggi il libro ritorna con una nuova copertina, più essenziale, più forte e più vicina alla voce che sento di avere adesso. È stato il primo passo di un percorso che continua ancora oggi, tra scrittura, arte e libertà di espressione. Perché alcune pagine appartengono al passato, ma il loro significato continua a camminare con noi. Proibito cancellare. Il primo libro. L’inizio di tutto. Andriana Ura

  • Ci sono guerre che finiscono nei trattati di pace e guerre che continuano molto più a lungo, dentro le famiglie, nei cognomi, nelle identità, nei silenzi tramandati da una generazione all’altra. È da questa riflessione che nasce Quelli che ereditano le guerre. Storie di confini, memoria e identità, il mio nuovo lavoro di prossima pubblicazione. Un libro che guarda ai Balcani, ma soprattutto a ciò che accade dopo che le armi tacciono. La domanda che attraversa tutto il testo è semplice, ma scomoda: Per quanto tempo una generazione deve continuare a combattere una guerra che non ha iniziato? Perché una guerra può terminare ufficialmente, ma continuare a vivere nelle parole che scegliamo, nei pregiudizi che ereditiamo, nelle paure che trasmettiamo ai figli e nell’idea che un intero popolo debba rispondere per ciò che altri hanno fatto prima della sua nascita. Ricordare è necessario. Dimenticare o falsificare la storia sarebbe un errore. Ma ricordare non significa trasformare il dolore in rancore permanente. La memoria dovrebbe servire a impedire che la tragedia si ripeta, non a consegnare alle nuove generazioni un nemico già scelto. Uno dei temi centrali del libro è proprio la separazione tra responsabilità individuale e identità collettiva. Nessun essere umano dovrebbe nascere con una colpa assegnata soltanto perché appartiene a un determinato popolo, porta un certo cognome o vive dall’altra parte di un confine. E i confini, nei Balcani, non sono soltanto linee disegnate sulle mappe. Entrano nelle famiglie. Entrano nei matrimoni. Entrano nei cognomi. Entrano nelle storie personali di persone che spesso scoprono di essere molto più intrecciate tra loro di quanto la politica, il nazionalismo o la propaganda vogliano ammettere. È proprio qui che nasce una possibilità diversa. Ogni generazione riceve una memoria, ma non è obbligata a ricevere anche l’odio. Possiamo conoscere ciò che è accaduto senza continuare a vivere come se stesse accadendo ancora. Possiamo onorare chi ha sofferto senza trasformare quella sofferenza in una condanna per chi è nato dopo. Possiamo difendere la nostra identità senza avere bisogno di negare quella degli altri. Le nuove generazioni hanno forse il compito più difficile: interrompere una catena che non hanno creato. Ma hanno anche una libertà enorme: scegliere di non continuarla. Quelli che ereditano le guerre non vuole cancellare la storia e non vuole proporre riconciliazioni artificiali. Vuole porre domande. Quanto del nostro odio è davvero nostro? Quanto ci è stato consegnato? E soprattutto: abbiamo il coraggio di restituire ai nostri figli una memoria senza consegnare loro anche una guerra? Perché i trattati di pace possono fermare gli eserciti. Ma una guerra finisce davvero soltanto quando una generazione decide di non trasmetterla più.

  • Albania needs investment. It needs strong relations with Europe, the United States, Italy, Serbia, and every country with which it can build peace and development. But there is one question politics can no longer avoid: Who is Albania being built for? A country does not develop only by building towers, luxury resorts, hotels, and projects that look impressive in international presentations. A country develops when pensioners can reach the end of the month, when workers can live on their wages, and when young people do not see the airport as the only door to a future. If the concrete keeps rising while the population keeps leaving, then we must ask whether we are building a country or merely a market. I am not against Serbia. I am against politics without explanations. Albanians and Serbs have a difficult history, but people are not their governments. A Serbian citizen is not Aleksandar Vučić, just as an Albanian citizen is not Edi Rama. We can build peace without inheriting political hatred. So when there is talk of a Serbian consular presence in Shkodër, the question should not become hostility toward Serbian people. The question should be: Why Shkodër? What concrete need does it serve? Who benefits from it? What does Albania receive in return? Demanding answers is not nationalism. It is democracy. The same applies to the proposal for a sovereign Bektashi state. The problem is not faith. Faith belongs to the individual conscience and deserves respect. The problem begins when religion meets territory, sovereignty, institutions, and political power. Then citizens have the right to ask: Why? What problem does this solve for Albania? What precedent does it create? And what could it mean twenty or fifty years from now? History has taught us that borders can be drawn quickly. Their consequences can last for generations. Foreign investors are welcome. But Albania is not for sale. Investors should come to Albania to invest in Albania, not to treat it as cheap Mediterranean real estate. Every major project should come with transparency: Who benefits? Who owns the land? How many jobs are created? What does the state gain? What may citizens lose? Because sovereignty is not lost only through tanks. It can also be slowly eroded when citizens no longer know who is making decisions about their land, their resources, and their future. And Europe? For decades, the Balkans have been treated as the troublesome periphery of the continent. But if Europe demands the rule of law in the Balkans, then stability alone is not enough. Stability without democracy can simply become silence. Europe should demand functioning institutions, justice, transparency, and accountability — not merely governments capable of reassuring Brussels that the region will not create problems. Because the Balkans are not a carpet on which great powers can wipe the dirt from their geopolitical shoes. People live here. Then comes the Albanian emigrant. In Italy, Germany, France, Britain, and elsewhere, we are often reminded that we are foreigners. But when we speak about Albania, someone tells us: “You left. Why do you care?” So where is our place? Abroad, we are foreigners. At home, we are “the ones who left.” Yet we work. We pay taxes. We sweat. We support our parents, our brothers, our sisters, our families. We did not leave because we hated Albania. We left because we could not build our future there. And that is a wound no skyscraper can hide. A nation does not lose only when it loses land. It also loses when it loses its people. When the doctor leaves. When the teacher leaves. When the worker leaves. When the student leaves. When an entire family leaves and its children grow up knowing Albania only through summer holidays and the stories of their grandparents. Then the country has a problem far greater than a tourist project, a consulate, or another political announcement. It is losing its most valuable capital: its people. So my question to Albanian politics is simple: Make agreements. Bring investors. Build relations with Europe, America, Serbia, and the entire world. But tell us: What are you giving away? What are you receiving? Who benefits? Who signs? Who is held accountable? And what is left for the Albanian citizen? Because Albania is not the property of a government. It is not the property of an investor. It is not the property of a religion. It is not the property of Europe, America, or its neighbours. It belongs to its citizens, who have the right to know what is being done in their name. And those of us living abroad have not lost our right to speak. We did not abandon Albania. We were abandoned by the future Albania failed to provide for us. Now politics must answer the simplest question of all: How many towers must be built before we build an Albania that Albanians no longer want to leave? Because, in the end, a country is not measured by the height of its buildings. It is measured by the number of people who still want to live there. — Andriana Art Poetry

  • Tra radici, memoria e libertà: la ricerca artistica di Andriana Ura La mia ricerca artistica nasce molto prima della pubblicazione dei miei libri e molto prima che l’arte diventasse qualcosa da mostrare agli altri. Nasce nella scrittura privata, nei quaderni e nei blocchi che riempivo già da quando avevo circa sedici anni. Per molto tempo quelle parole sono rimaste a casa, custodite, quasi nascoste. Scrivevo perché ne avevo bisogno, non perché pensassi a un pubblico. Per anni, però, la mia voce è rimasta anche limitata. Ho vissuto dentro contesti in cui spesso erano gli altri a decidere cosa fosse giusto fare, cosa dire, cosa mostrare e quale direzione prendere. Non mi mancavano le idee e non mi mancava il bisogno di esprimermi: mi mancava soprattutto la libertà di farlo fino in fondo. L’emigrazione ha cambiato profondamente questo rapporto con me stessa. Mi ha dato libertà e sofferenza insieme. Lasciare la propria terra significa allontanarsi dalle persone, dalle abitudini, dai luoghi e da quella parte della quotidianità che contribuisce a costruire la nostra identità. Significa attraversare culture diverse, imparare nuovi codici e, a volte, sentirsi appartenenti a più mondi senza appartenere completamente a nessuno. Ma l’emigrazione mi ha dato anche la possibilità di incontrare una parte di me che prima non riusciva a esprimersi pienamente. Mi ha permesso di uscire da alcuni confini imposti e di comprendere che la libertà non significa cancellare le proprie radici. A volte è proprio la distanza a farci capire quanto profondamente quelle radici continuino a vivere dentro di noi. Da questa contraddizione nasce una parte fondamentale della mia ricerca. Il mio lavoro attraversa storia, radici, memoria, identità, emigrazione, spiritualità e condizione umana. Non mi considero limitata alla poesia. La poesia rappresenta uno dei miei linguaggi, ma accanto ad essa ci sono la scrittura narrativa e saggistica, la riflessione storica e le arti visive. Sono forme differenti attraverso le quali continuo, in realtà, la stessa ricerca. Quando scrivo di storia, non mi interessa soltanto ricostruire avvenimenti e date. Mi interessa soprattutto comprendere quello che la storia lascia negli esseri umani. Le guerre, le migrazioni, i confini, le divisioni tra popoli e le identità ereditate non terminano necessariamente quando finisce un determinato periodo storico. Continuano spesso a vivere nelle famiglie, nella memoria collettiva, nelle paure, nei silenzi e nelle generazioni successive. Le radici, per me, non sono una prigione. Conoscere la propria origine non dovrebbe significare costruire un muro contro l’altro. Al contrario, dovrebbe permetterci di comprendere meglio anche le radici degli altri. La storia dovrebbe generare consapevolezza, non nuove divisioni. Accanto alla storia esiste poi la dimensione spirituale della mia ricerca. Mi interessa ciò che appartiene all’interiorità dell’essere umano: il rapporto con il tempo, la memoria, l’esistenza, ciò che ereditiamo e ciò che scegliamo di trasformare. Non tutto ciò che sentiamo può essere spiegato attraverso la razionalità. Ed è proprio in quello spazio che spesso nasce l’arte. Nella pittura queste domande diventano materia, geometrie, movimento, contrasti e colore. Nella scrittura diventano parole. A volte quello che non riesco a raccontare attraverso una pagina trova la propria forma sulla tela. Altre volte è un’immagine a generare una domanda che soltanto la scrittura riesce ad approfondire. Per questo non considero pittura e scrittura due mondi separati. Sono due linguaggi della stessa ricerca. Il mio percorso nelle arti visive è nato inizialmente attraverso una ricerca personale e autodidatta e si è successivamente arricchito attraverso una formazione specialistica legata al Museum of Modern Art (MoMA) di New York, che mi ha consentito di approfondire il linguaggio dell’arte moderna e contemporanea, l’interpretazione dell’opera e il rapporto tra artista, ricerca e società. La formazione, tuttavia, per me non sostituisce l’esperienza. La completa. Credo che un artista possa studiare tecniche, movimenti e linguaggi, ma debba poi trovare una propria voce. È quella voce che permette a un’opera di non essere soltanto un esercizio estetico. Al centro del mio lavoro rimane sempre la memoria. Ho sempre scritto e continuerò a farlo perché credo che esistano storie che non devono essere dimenticate. Storie personali. Storie familiari. Storie collettive. Storie di persone che hanno attraversato confini, guerre, perdite, cambiamenti e silenzi. È proprio da questa esigenza che è nato il mio primo libro pubblicato attraverso l’editoria online, Proibito cancellare. Il titolo racchiude ancora oggi una parte essenziale del mio pensiero. “Proibito cancellare” non significa restare prigionieri del passato. Significa riconoscere che cancellare la memoria non cancella ciò che è realmente accaduto. Comprendere il passato, invece, può aiutarci a riconoscere ciò che continua a ripetersi nel presente sotto forme differenti. La mia ricerca continua quindi ad attraversare il rapporto tra individuo e storia, tra appartenenza e libertà, tra origine e trasformazione. Cerco di attraversare la storia senza diventarne prigioniera. Di conservare le radici senza trasformarle in muri. Di raccontare la sofferenza senza rinunciare alla libertà. E di utilizzare l’arte e la scrittura per dare voce a ciò che rischia di essere dimenticato. Per molti anni ho scritto senza mostrarmi. Oggi scelgo di farlo. Forse una delle trasformazioni più importanti del mio percorso è proprio questa: essere passata da una voce custodita nei quaderni a una voce che ha deciso di occupare il proprio spazio. Perché per me l’arte non serve soltanto a creare qualcosa di bello. Serve a ricordare. Serve a interrogare. Serve a trasformare. Serve a lasciare una traccia. E soprattutto serve a dare voce alle storie che non devono essere cancellate.

  • 📖 UNA NUOVA PAGINA DEL MIO CAMMINO “Quelli che ereditano le guerre – Storie di confini, memoria e identità” partecipa alla XII Edizione del Premio Letterario Nazionale “Andrea Torresano” 2026. Ho affidato a queste pagine le voci di chi non ha scelto la guerra, ma ne ha ricevuto le conseguenze; di chi ha ereditato confini tracciati da altri, memorie spezzate e identità costrette continuamente a spiegarsi. Non so quale sarà il risultato, ma so perché ho scritto questo libro: perché le guerre non finiscono quando tacciono le armi. Continuano nelle famiglie, nelle partenze, nei silenzi e nella memoria delle generazioni successive. Oggi consegno questa storia alla giuria con emozione, dignità e speranza. Comunque andrà, aver trasformato una ferita collettiva in una voce è già una piccola vittoria. Andriana Ura Andriana Art Poetry #QuelliCheEreditanoLeGuerre #AndrianaUra #PremioAndreaTorresano2026 #Letteratura #Memoria #Confini #Identità #Balcani

  • Da secoli ci insegnano a guardarci male attraverso un confine. L’albanese contro il serbo. Il serbo contro l’albanese. Il vicino contro il vicino. Noi discutiamo ancora su chi fosse arrivato prima, chi possedesse una montagna, chi avesse ragione nel 1389, nel 1913, nel 1999. Nel frattempo qualcuno compra la costa. Qualcun altro prende le concessioni. Qualcuno firma contratti che il popolo leggerà quando sarà troppo tardi. E noi? Noi continuiamo a fare la guerra nei commenti. L’Europa ci chiama “Balcani occidentali”, “periferia”, “polveriera”, ci dà lezioni di Stato di diritto e decide chi è abbastanza europeo per entrare nell’Unione. Peccato che geograficamente europei lo siamo già. Poi ci meravigliamo dell’emigrazione, delle tensioni, della povertà, della gente che scappa e delle potenze straniere che aumentano la propria influenza. Forse il problema non è che serbi e albanesi non sappiano convivere. Forse il problema è che, mentre noi siamo occupati a odiarci, altri hanno imparato perfettamente a fare affari con tutti e due. Il capitale non domanda se sei serbo o albanese. Non conosce Kosovo Polje, Scutari, Belgrado o Tirana. Domanda soltanto: “Quanto costa?” E forse sarebbe arrivato il momento che anche noi facessimo una domanda: chi sta difendendo davvero gli interessi del popolo mentre il popolo viene tenuto occupato a combattere contro il vicino? Perché il nemico più comodo è sempre quello che ti indicano dall’altra parte del confine. Quello più difficile da riconoscere, invece, spesso porta la cravatta, parla di patriottismo e firma i documenti dalla tua stessa parte. — Andriana Art Poetry

  • Sono felice di annunciare che la mia opera “Il risveglio del sacro”, 80 × 100 cm, è ufficialmente iscritta al concorso internazionale Artavita. In palio, per tre artisti selezionati, l’esposizione gratuita di un’opera nello spazio Artavita al Red Dot Miami, dal 2 al 6 dicembre 2026. Ogni opera è un viaggio: nasce nel silenzio dell’anima e cerca il proprio spazio nel mondo. Adesso, Il risveglio del sacro comincia il suo. Andriana Ura Andriana Art Poetry

  • Quest’opera nasce da una riflessione sulla società di oggi. Abbiamo creato gruppi, appartenenze e schieramenti che potrebbero servire a costruire qualcosa insieme, ma troppo spesso li trasformiamo in strumenti per dividerci e metterci gli uni contro gli altri. Le figure rappresentano proprio questa massa distratta, occupata a guardare chi ha davanti, mentre sotto i suoi piedi la terra comincia a frantumarsi pezzo dopo pezzo. Il messaggio è semplice: mentre discutiamo, ci dividiamo e facciamo rumore, rischiamo di non accorgerci che il vero problema è ciò che sta cedendo sotto tutti noi. Non è l’altro il nemico. Il pericolo è il terreno comune che stiamo perdendo senza rendercene conto.

    Tecnica mista/60×80/2026

    Andriana Art Poetry

  • Unione Europea: il grande condominio dove tutti hanno le chiavi, ma nessuno decide chi chiama l’idraulico L’Unione Europea è una delle invenzioni politiche più affascinanti del nostro tempo. Sulla carta siamo uniti. Nella realtà, spesso sembriamo un grande condominio dove tutti partecipano alla riunione, tutti parlano, tutti difendono il proprio balcone e alla fine nessuno sa chi deve pagare il tetto. Abbiamo una moneta comune in molti Paesi, un mercato unico, frontiere aperte, istituzioni condivise e una quantità impressionante di regolamenti. Insomma, siamo riusciti a stabilire con precisione quasi scientifica come deve essere una bottiglia, un’etichetta, un alimento e probabilmente anche la curvatura morale di una zucchina. Poi arriva una crisi internazionale e improvvisamente scopriamo che ventisette Stati hanno ventisette memorie storiche, ventisette interessi nazionali e almeno cinquanta opinioni differenti. È lì che l’Europa politica comincia a somigliare a una chat di famiglia. Uno scrive: “Dobbiamo essere uniti.” Il secondo risponde: “Sì, però…” Il terzo mette un pollice alzato. Il quarto non ha ancora visualizzato. E intanto fuori dalla finestra Stati Uniti, Cina e Russia hanno già preso tre decisioni. L’Europa vuole essere una potenza geopolitica, ma qualche volta sembra ancora chiedere il permesso a se stessa. Vuole parlare con una sola voce, però prima deve convocare una riunione per decidere quale voce utilizzare. E quando finalmente trova la frase giusta, spesso il resto del mondo è già passato al capitolo successivo. Il problema non è l’idea europea. L’idea europea è straordinaria. Dopo secoli passati a massacrarci per confini, imperi, religioni, corone e pezzi di terra, essere riusciti a costruire uno spazio dove milioni di persone possono attraversare frontiere senza mostrare il passaporto è quasi un miracolo politico. Il problema nasce quando il miracolo diventa burocrazia. Quando l’Unione sembra più coraggiosa davanti a un modulo che davanti a una crisi. Quando riesce a essere rigidissima con il cittadino comune e improvvisamente filosofica davanti alle grandi potenze. Perché lì scopriamo una delle grandi specialità della politica europea: il principio elastico. Il principio è rigidissimo quando riguarda qualcuno che non può creare troppi problemi. Diventa invece molto più morbido quando davanti hai qualcuno con esercito, energia, soldi o armi nucleari. Ed ecco che il diritto internazionale comincia a fare stretching. Poi ci sono i Balcani. Ah, i Balcani. L’Europa li guarda da decenni come una madre che continua a dire: “Prima o poi entrerai.” Ma senza specificare se sta parlando dell’anno prossimo o della prossima reincarnazione. Paesi candidati da anni, capitoli aperti, capitoli chiusi, riforme richieste, nuove condizioni, vecchie condizioni reinterpretate. A un certo punto uno potrebbe tranquillamente pensare che l’ingresso nell’Unione Europea sia meno un processo politico e più una prova spirituale. Se resisti abbastanza, forse raggiungi Bruxelles. Eppure continuo a pensare che l’Europa serva. Proprio perché il mondo che sta arrivando è troppo grande per Stati europei che continuano a comportarsi come se fossimo ancora nel XIX secolo. Da soli siamo francesi, italiani, tedeschi, albanesi, croati, greci, polacchi. Davanti alle grandi potenze mondiali siamo tutti, più o meno, piccoli Paesi con una splendida storia e un PIL che preferirebbe avere compagnia. Per questo non abbiamo bisogno di meno Europa. Abbiamo bisogno di un’Europa che finalmente cresca. Meno innamorata della propria burocrazia. Più capace di difendere i propri interessi. Più coerente nei propri principi. Più veloce nelle decisioni. E soprattutto meno convinta che essere complicati significhi automaticamente essere intelligenti. Perché a volte la politica europea sembra aver dimenticato una cosa molto semplice: se per prendere ogni decisione importante devi spiegare per tre giorni perché non puoi ancora prenderla, non sei prudente. Sei semplicemente in ritardo. Forse il vero problema dell’Unione Europea è proprio questo. Abbiamo costruito una casa enorme, elegante e costosissima. Abbiamo scritto perfino il regolamento del pianerottolo. Adesso manca soltanto una cosa: decidere finalmente chi vuole abitarci davvero insieme agli altri. — Andriana Art Poetry

  • Condivido pienamente questa riflessione. La geopolitica è una materia meravigliosa: quando il territorio è tuo si chiama sovranità, quando è degli altri diventa improvvisamente una “questione complessa”. Quando chiedi aiuto, invochi la libertà dei popoli; quando devi riconoscere quella altrui, inizi a cercare eccezioni, precedenti, cavilli e convenienze. L’Ucraina combatte per difendere il proprio diritto a decidere il proprio futuro e per sottrarsi alla pressione della Russia. Proprio per questo trovo difficile comprendere la sua posizione sul Kosovo. Kosovo e Ucraina non sono la stessa storia, né lo stesso caso giuridico. Ma c’è una domanda che rimane: se conosci sulla tua pelle cosa significa non voler essere deciso da una potenza più grande, non dovresti almeno comprendere meglio di altri chi rivendica la stessa dignità? Alla fine la politica internazionale assomiglia sempre più a certe famiglie: tutti hanno principi rigidissimi, finché non devono applicarli a casa propria. Morale: i principi sono universali finché non disturbano una buona alleanza. Dopo diventano geopolitica. — Andriana Art Poetry

  • Geometrie del equilibrio è un’opera che indaga il rapporto tra ordine, tensione e armonia attraverso un linguaggio astratto essenziale. La superficie nera accoglie rettangoli, linee e un elemento circolare dorato che si distribuiscono nello spazio come coordinate interiori, creando un ritmo visivo dinamico ma controllato. Il contrasto tra nero, bianco, argento e oro rafforza la struttura compositiva e suggerisce un dialogo tra stabilità e movimento, tra materia e luce. Il cerchio centrale, discreto ma simbolico, appare come un fulcro di energia e coscienza, mentre le forme rettilinee costruiscono un equilibrio che non è statico, ma vivo, in continua relazione tra forza, misura e silenzio.

    Tecnica: acrilico e pasta modellante su tela

    Dimensioni: 55×75

    Anno:2026

  • Il centro dell’equilibrio è un’opera che esplora il dialogo tra forma, materia e silenzio. Le geometrie essenziali — il quadrato, la diagonale, il rettangolo verticale e il cerchio — costruiscono una composizione rigorosa ma sensibile, dove il contrasto tra nero, bianco, turchese e oro genera tensione e armonia. Il cerchio dorato si impone come punto focale e simbolico: una presenza luminosa, quasi interiore, che richiama stabilità, coscienza e misura. L’insieme suggerisce un equilibrio non statico, ma vivo, nato dall’incontro tra ordine razionale ed emozione.

    Tecnica: acrilico su tela

    Dimensione: 50×70

    Anno:2026

  • Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia. Appartengono alla memoria. Lo Shkëmbi i Vajës non è soltanto una roccia vicino a Krujë. È il punto in cui la leggenda racconta che novanta giovani donne abbiano preferito il vuoto alla resa, la libertà alla prigionia, il proprio destino alla volontà di chi voleva impadronirsene. Forse la storia non potrà mai dirci ogni dettaglio di quel giorno. Ma alcune memorie sopravvivono proprio perché un popolo decide di non dimenticarle. E allora quelle donne non cadono più. Restano sospese nel tempo, tra la pietra e il cielo, come una domanda rivolta a ogni generazione: quanto vale la libertà quando tutto il resto viene perduto? Le madri piansero. La montagna conservò il loro lamento. La leggenda trasformò quel dolore in nome. E ancora oggi, passando davanti a quella roccia, sembra quasi di sentire che la memoria non chiede vendetta. Chiede soltanto di essere custodita. Perché un popolo che ricorda le proprie donne non conserva soltanto il passato. Conserva la propria dignità.

  • Alle donne straniere che vivono in Italia direi una cosa semplice: non confondete l’amore con un altro percorso di integrazione. Avete già imparato una nuova lingua, attraversato confini, ricostruito abitudini, affrontato burocrazia, lavoro e nostalgia. Non è necessario aggiungere al curriculum anche un uomo adulto che, prima di prendere una decisione, deve convocare il consiglio di famiglia. Non scegliete un uomo soltanto perché è italiano. Scegliete un uomo che abbia una mentalità aperta, autonoma e internazionale. E internazionale non significa necessariamente avere cinquanta timbri sul passaporto: significa essere capace di uscire dai propri confini mentali. Diffidate dell’uomo che vuole una compagna indipendente, purché la sua indipendenza finisca esattamente dove comincia l’opinione della mamma. Quello che a quarant’anni può decidere tutto… dopo aver consultato madre, sorella, fratello, zia e possibilmente anche il gruppo WhatsApp della famiglia. Una relazione adulta è fatta da due persone, non da un uomo, una donna e un consiglio d’amministrazione parentale. E alle famiglie italiane che si sentono custodi assolute della morale, della tradizione e della vita giusta, direi anche questo: studiate un po’ di più, ma non soltanto la materia della laurea che tenete nel cassetto. Studiate il mondo. Studiate le persone. Studiate la libertà. Perché si può avere una laurea e restare analfabeti emotivi. Aprite un po’ la mentalità. Uscite dal piccolo recinto delle vostre convinzioni. Perché a volte vi vedo parlare di libertà mentre controllate la vita dei vostri figli, parlare di amore mentre decidete chi è abbastanza adatto per loro, parlare di famiglia mentre trasformate la famiglia in una gabbia elegantemente arredata. E soprattutto smettete di pretendere che i vostri figli rinuncino a ciò che voi non avete avuto il coraggio di vivere. Se una madre ha rinunciato ai propri sogni non significa che la figlia debba fare lo stesso. Se un padre ha vissuto secondo certe regole non significa che il figlio debba ereditarle come un debito familiare. Poi sento parlare continuamente di famiglia tradizionale. Ma tradizionale in quale senso? Stare venti, trenta, quarant’anni accanto a una persona che non si ama più e, alla fine, dire con orgoglio: “Sono rimasta per i bambini”? E questa sarebbe la vittoria della famiglia? Forse dovremmo chiederci che cosa abbiamo fatto all’amore se siamo arrivati a considerare virtù il trascorrere una vita infelice pur di salvare l’apparenza. I figli non hanno bisogno di vedere due adulti prigionieri dello stesso tetto. Hanno bisogno di capire che l’amore è rispetto, libertà, responsabilità e verità. Il punto più ironico, poi, è quando ci viene spiegato che noi straniere dovremmo imparare “come si vive”. Con rispetto: forse qualche volta sarebbe utile anche il contrario. Perché chi ha attraversato paesi, lingue, culture, solitudini e ricostruzioni ha imparato almeno una cosa: la vita non entra tutta dentro le regole di una sola famiglia, di una sola città o di una sola tradizione. La cultura non è sapere tutto del proprio piccolo mondo. La cultura è capire che ne esistono molti altri. E quindi, care donne straniere, ricordatevelo: siamo venute qui per costruire una vita, non per adottare un uomo insieme a tutta la sua famiglia. 😏

  • Non chiamatelo “amore improvviso per la Puglia”. È un modo troppo semplice di mettere un’etichetta a qualcosa che semplice non è. Io scrivo di memoria, identità, confini, storia e resistenza da anni. Anche la mia pittura nasce spesso da lì. Quindi non mi serve essere nata in un luogo per accorgermi quando quel luogo merita attenzione. Abbiamo questa strana abitudine di dare un nome a tutto: se difendi la tua terra sei patriota, se guardi quella degli altri sei innamorata, se fai domande sei preoccupata, se insisti troppo sei esagerata. Io, invece, la chiamo coscienza. Perché la storia insegna una cosa abbastanza ironica: all’inizio cambiano una parola, poi un cognome, poi una versione dei fatti, poi magari una frontiera. E alla fine qualcuno arriva persino a spiegarti dove avresti dovuto nascere. Perciò no, non è “amore improvviso per la Puglia”. È semplicemente che ho ancora il brutto vizio di usare la memoria e, ogni tanto, perfino il punto interrogativo. E già che siamo qui, apro anche la tenda della vostra curiosità: non ho mai dichiarato di avere qualcosa contro la Puglia o contro i pugliesi. Primo, perché nessun popolo sulla Terra è perfetto — e per fortuna, altrimenti sai che noia. Secondo, perché il mio miglior amico, oltre a essere un artista, è pugliese. Quindi possiamo tranquillamente archiviare anche questa teoria. Criticare, osservare o preoccuparsi per ciò che accade in un territorio non significa essere contro quel territorio o contro la sua gente. Significa avere ancora la capacità di distinguere un popolo da un problema, una terra dalle decisioni che la riguardano e una domanda da un attacco personale. Ma capisco: mettere tutto dentro un’etichetta è molto più comodo che mettersi a pensare. E pare che oggi fare domande sia diventato molto più scandaloso che dare tutto per scontato.

  • Aleksandar Vučić bi danas, možda više nego ikada, trebalo da pazi na reči koje koristi kada govori o susedima Srbije. Balkan nije prostor u kojem se reči o neprijateljima mogu izgovarati olako. Ovaj region već poznaje cenu nacionalizma, političkog straha i retorike koja od suseda pravi pretnju. Zbog toga govoriti o Albaniji, Kosovu i Hrvatskoj kao o nekoj vrsti saveza usmerenog protiv Srbije nije samo politička poruka. To je poruka koja može dodatno hraniti napetosti na prostoru koji još uvek nosi ožiljke prošlosti. Ali postoji još jedno pitanje koje se ne može zanemariti. Pre nego što političar počne da traži neprijatelje preko granice, trebalo bi da pogleda posledice sopstvene politike. Vučić već dugo pokušava da održava Srbiju između različitih centara moći: Evropske unije, Moskve, Pekinga, a sada sve otvorenije i Kijeva. Takva politika može neko vreme izgledati kao diplomatska sposobnost balansiranja. Međutim, što su međunarodni odnosi napetiji, prostor između tih različitih interesa postaje sve uži. Ne može se beskonačno hodati u svim pravcima istovremeno. Kada počneš da gubiš ravnotežu, najlakše je pokazati prstom prema spolja i reći da su se drugi udružili protiv tebe. Ali možda najveća opasnost za Srbiju neće doći iz Tirane, Prištine ili Zagreba. Možda neće doći ni sa jedne granice. Možda će doći iz pogrešnih političkih odluka donetih u Beogradu. Srbija je poslednjih godina prošla kroz duboke unutrašnje tenzije i proteste. To su pitanja koja zaslužuju političke odgovore, a ne stvaranje novih spoljašnjih neprijatelja. Posebno je opasno koristiti Kosovo kao mesto na kojem se unutrašnja politika pretvara u međunarodnu konfrontaciju. Kosovo se neposredno graniči sa Srbijom, dok je ceo region povezan savezima, interesima i velikim međunarodnim silama. Jedna pogrešna procena ne bi nužno ostala problem samo jedne države. Balkan vrlo dobro zna koliko brzo mala iskra može postati veliki požar. Zato odgovornost jednog državnika nije da ubedi svoj narod da je okružen neprijateljima. Njegova odgovornost je da učini sve da ih ne stvori. Vučić ima pravo da kritikuje politiku Albanije, Kosova ili Hrvatske. Ima pravo da smatra njihove vojne ili političke sporazume nepovoljnim za interese Srbije. Ali kritika nije isto što i stvaranje slike neprijatelja. I možda bi danas najvažnije pitanje trebalo da bude drugačije: Da li je zaista problem u onome što rade susedi Srbije, ili u činjenici da je srpska spoljna politika pokušala da stoji na previše različitih strana istovremeno? Istorija nas uči da političari često traže neprijatelja daleko od sebe kada više ne žele da gledaju ono što se događa pred njihovim vratima. Ali istorija nas uči još nečemu: zlo ne mora uvek doći preko granice. Ponekad dođe kao posledica sopstvenih odluka. A na Balkanu pogrešna odluka jednog čoveka može postati cena koju će platiti milioni ljudi. Zato danas ovom regionu nije potrebno više neprijatelja. Potrebno mu je više odgovornosti.

  • Aleksandar Vučić dovrebbe oggi, forse più che mai, fare attenzione alle parole che utilizza quando parla dei vicini della Serbia. I Balcani non sono un luogo nel quale si possa parlare con leggerezza di nemici. Questa regione conosce già il prezzo del nazionalismo, della paura politica e della retorica che trasforma il vicino in una minaccia. Per questo presentare Albania, Kosovo e Croazia come una sorta di alleanza costruita contro la Serbia non è soltanto una dichiarazione politica. È un linguaggio capace di alimentare nuove tensioni in una terra che porta ancora addosso le cicatrici del passato. Ma esiste un’altra domanda che non può essere ignorata. Prima di cercare nemici oltre i propri confini, un leader dovrebbe guardare alle conseguenze delle proprie scelte. Da tempo Vučić cerca di mantenere la Serbia in equilibrio tra diversi centri di potere: Unione Europea, Mosca, Pechino e, sempre più apertamente, anche Kiev. Per un certo periodo questa può apparire come abilità diplomatica. Ma più aumentano le tensioni internazionali, più lo spazio per stare contemporaneamente tra interessi contrapposti diventa stretto. Non si può camminare per sempre in tutte le direzioni contemporaneamente. E quando l’equilibrio comincia a mancare, la soluzione più semplice diventa indicare qualcosa fuori dai propri confini e sostenere che gli altri si siano uniti contro di noi. Ma forse il pericolo maggiore per la Serbia non arriverà da Tirana, Pristina o Zagabria. Forse non arriverà affatto da oltre confine. Potrebbe arrivare dalle scelte politiche sbagliate compiute a Belgrado. Negli ultimi anni la Serbia ha attraversato forti tensioni interne e proteste. Sono questioni che meritano risposte politiche, non la costruzione di nuovi nemici esterni. Ed è particolarmente pericoloso trasformare il Kosovo nel luogo in cui una difficoltà politica interna può diventare uno scontro internazionale. Kosovo e Serbia sono direttamente confinanti, mentre tutt’intorno esistono alleanze militari, interessi geopolitici e grandi potenze. Un errore di valutazione potrebbe non rimanere confinato all’interno di un solo Paese. I Balcani conoscono fin troppo bene quanto velocemente una piccola scintilla possa trasformarsi in un incendio. La responsabilità di un capo di Stato, quindi, non dovrebbe essere convincere il proprio popolo di essere circondato da nemici. Dovrebbe essere fare tutto il possibile per non crearne. Vučić ha il diritto di criticare le politiche dell’Albania, del Kosovo o della Croazia. Può considerare determinati accordi politici o militari contrari agli interessi della Serbia. Ma criticare una politica è una cosa. Costruire l’immagine del nemico è un’altra. E forse la domanda più importante oggi dovrebbe essere questa: il problema è veramente quello che stanno facendo i vicini della Serbia, oppure il fatto che la politica estera serba abbia cercato di mettere i piedi contemporaneamente su troppi terreni diversi? La storia ci insegna che spesso la politica cerca il nemico lontano quando non vuole più guardare ciò che accade davanti alla propria porta. Ma la storia insegna anche qualcos’altro: il male non arriva necessariamente oltrepassando una frontiera. A volte arriva come conseguenza delle proprie decisioni. E nei Balcani una decisione sbagliata presa da un uomo può trasformarsi nel prezzo pagato da milioni di persone. Per questo oggi questa regione non ha bisogno di nuovi nemici. Ha bisogno di più responsabilità.

  • Aleksandar Vuçiç sot, ndoshta më shumë se kurrë, duhet të jetë i kujdesshëm me fjalët që përdor kur flet për fqinjët e Serbisë. Ballkani nuk është një vend ku mund të flitet lehtë për armiq. Ky rajon e njeh shumë mirë çmimin e nacionalizmit, frikës politike dhe retorikës që e shndërron fqinjin në kërcënim. Prandaj, paraqitja e Shqipërisë, Kosovës dhe Kroacisë si një lloj aleance të krijuar kundër Serbisë nuk është thjesht një deklaratë politike. Është një gjuhë që mund të ushqejë tensione të reja në një tokë që ende mban plagët e së kaluarës. Por ekziston edhe një pyetje tjetër që nuk duhet anashkaluar. Përpara se një udhëheqës të kërkojë armiq përtej kufijve të tij, duhet të shikojë pasojat e zgjedhjeve të veta. Prej kohësh Vuçiç përpiqet ta mbajë Serbinë në ekuilibër mes qendrave të ndryshme të pushtetit: Bashkimit Evropian, Moskës, Pekinit dhe, gjithnjë e më hapur, edhe Kievit. Për njëfarë kohe kjo mund të duket si aftësi diplomatike për të ruajtur ekuilibrin. Por sa më shumë rriten tensionet ndërkombëtare, aq më i ngushtë bëhet territori ku mund të qëndrosh mes interesave që përplasen me njëri-tjetrin. Nuk mund të ecësh pafundësisht në të gjitha drejtimet njëkohësisht. Dhe kur ekuilibri fillon të humbasë, gjëja më e lehtë është të drejtosh gishtin jashtë kufirit dhe të thuash se të tjerët janë bashkuar kundër teje. Por ndoshta rreziku më i madh për Serbinë nuk do të vijë nga Tirana, Prishtina apo Zagrebi. Ndoshta nuk do të vijë fare nga përtej kufirit. Mund të vijë nga zgjedhjet e gabuara politike të bëra në Beograd. Vitet e fundit Serbia ka kaluar tensione të forta të brendshme dhe protesta. Këto janë çështje që kërkojnë përgjigje politike, jo krijimin e armiqve të rinj jashtë vendit. Dhe është veçanërisht e rrezikshme që Kosova të shndërrohet në vendin ku një krizë e brendshme politike mund të bëhet përplasje ndërkombëtare. Kosova dhe Serbia kanë kufi të drejtpërdrejtë, ndërsa i gjithë rajoni është i lidhur me aleanca ushtarake, interesa gjeopolitike dhe fuqi të mëdha. Një llogaritje e gabuar mund të mos mbetet problem vetëm i një shteti. Ballkani e di shumë mirë se sa shpejt një shkëndijë e vogël mund të bëhet zjarr i madh. Prandaj përgjegjësia e një udhëheqësi nuk duhet të jetë ta bindë popullin e tij se është i rrethuar nga armiq. Përgjegjësia e tij është të bëjë gjithçka që të mos i krijojë ata. Vuçiç ka të drejtë të kritikojë politikat e Shqipërisë, Kosovës apo Kroacisë. Ka të drejtë t’i konsiderojë marrëveshje të caktuara politike ose ushtarake si të pafavorshme për interesat e Serbisë. Por të kritikosh një politikë është një gjë. Të krijosh figurën e armikut është diçka tjetër. Dhe ndoshta pyetja më e rëndësishme sot duhet të jetë kjo: A është problemi vërtet ajo që po bëjnë fqinjët e Serbisë, apo fakti që politika e jashtme serbe është përpjekur të vendosë këmbët njëkohësisht mbi shumë terrene të ndryshme? Historia na mëson se politika shpesh e kërkon armikun larg, kur nuk dëshiron më të shohë atë që po ndodh përpara derës së saj. Por historia na mëson edhe diçka tjetër: e keqja nuk vjen domosdoshmërisht duke kaluar kufirin. Ndonjëherë ajo vjen si pasojë e vendimeve tona. Dhe në Ballkan, një vendim i gabuar i një njeriu mund të shndërrohet në çmimin që paguajnë miliona njerëz. Prandaj sot këtij rajoni nuk i duhen armiq të rinj. I duhet më shumë përgjegjësi.

  • Dal 11 al 13 settembre 2026, la mia opera”La terra che porto dentro”sarà presente ad Art3f Monaco,nel Principato di Monaco.

    Un’opera nata dalla memoria, dalle radici e da quella terra che continuiamo a portare dentro anche quando la vita ci conduce altrove.

    Chi sarà a Monaco in quei giorni avrà la possibilità di vederla dal vivo in fiera.

    Sono felice di condividere questo momento insieme al riconoscimento di merito artistico ricevuto per il mio lavoro.

    Ogni tela è un pezzo di strada. Questa volta, la strada porta a Monaco.

    Andriana Ura -Andriana Art Poetry

    La terra che porto dentro

    60 x 80 cm-acrilico e gesso su tela

    Monaco, Principato di Monaco

    11-13 settembre 2026

  • Noi esseri umani siamo una specie straordinaria. Abbiamo letto Socrate, Platone, Nietzsche, Freud, Jung e chissà quanti altri. Abbiamo studiato imperi crollati, guerre iniziate per orgoglio, amori finiti per stupidità e famiglie distrutte per una frase detta male a Natale. Possediamo biblioteche intere sulla saggezza. E poi ci innamoriamo della prima persona che ci dice: “Tu sei diversa dalle altre.” A quel punto, duemila anni di filosofia vengono immediatamente cancellati. Socrate tace. Platone chiude l’Accademia. Nietzsche si gira dall’altra parte. Freud prende appuntamento con uno psicologo. La storia ci ha spiegato mille volte che le belle parole non garantiscono buone intenzioni. Noi, però, continuiamo a credere ai discorsi più decorati, specialmente quando arrivano accompagnati da due cuori, tre promesse e un “fidati di me”. Poi, quando tutto crolla, ci domandiamo: “Perché è successo proprio a me?” Forse perché abbiamo ignorato diciassette segnali, quarantadue contraddizioni e persino quella vocina interiore che urlava da mesi: “Scappa!” Ma noi niente. Pensavamo fosse ansia. Successivamente iniziamo la grande ricerca del colpevole. L’ex, la famiglia, la società, il destino, Mercurio retrogrado, l’invidia della vicina e probabilmente anche il governo. Tutti colpevoli. Noi, naturalmente, eravamo soltanto presenti per caso. Eppure sarebbe più utile domandarsi non: “Che cosa ho fatto per meritarmi questo?” ma: “Che cosa non ho voluto vedere?” Perché non tutto il dolore è meritato, ma qualche disastro riceve da noi le chiavi di casa, la password del Wi-Fi e persino il permesso di restare. Abbiamo studiato la storia per non ripeterla e abbiamo inventato la psicologia per capire perché continuiamo a ripeterla. Il problema non è avere bisogno di uno psicologo. Il problema è andare dallo psicologo per capire una persona che non ha mai fatto nemmeno lo sforzo di capire sé stessa. Forse l’essere umano non è stupido. È semplicemente un genio quando deve analizzare la vita degli altri e un principiante assoluto quando deve amministrare la propria. Conosce perfettamente la caduta dell’Impero romano, ma non riconosce la caduta della propria dignità. Sa spiegare il pensiero di Kant, ma risponde ancora ai messaggi di chi lo tratta male. Ha letto cento libri sulla libertà, ma continua a chiedere amore a chi gli offre soltanto confusione. La vera filosofia, probabilmente, comincia proprio lì: quando smettiamo di cercare un colpevole per ogni ferita e iniziamo a riconoscere le porte che abbiamo lasciato aperte. Perché la lucidità non impedisce sempre agli altri di mentire. Ma almeno impedisce a noi di collaborare troppo a lungo.

  • Acrilico su tela

    75×55

    2026

    Andriana Ura

    Un opera che racconta una terra in movimento ,inquieta,attraversata da ferite, energia e bagliori d’oro.

  • i Ci hanno insegnato l’Europa come spazio dello Stato di diritto, della dignità umana, delle libertà fondamentali. All’università abbiamo studiato convenzioni, trattati, corti, principi e garanzie. Abbiamo imparato che il potere deve rispettare la legge e che la legge deve proteggere ogni persona, senza distinguere il suo valore in base alla provenienza. Poi siamo entrati nella realtà. E nella realtà abbiamo scoperto che tra il diritto scritto e il diritto vissuto esiste spesso una distanza enorme. L’Europa parla di uguaglianza, ma distribuisce diritti diversi secondo il passaporto. Parla di dignità, ma continua a chiamare “extracomunitari” popoli che vivono nello stesso continente. Parla di Stato di diritto, ma troppe volte il diritto diventa severo con i deboli e flessibile con i potenti. In Albania esiste un’espressione molto diretta: non c’è neppure un posto dove sedersi. Significa che una cosa è rimasta senza base, senza sostegno, senza realtà concreta. Ed è questa la sensazione davanti alla cosiddetta Europa dei diritti: una grande costruzione teorica, piena di parole nobili, che però troppo spesso non trova un luogo stabile nella vita delle persone. I diritti non dovrebbero essere una decorazione istituzionale. Non dovrebbero servire soltanto nei discorsi ufficiali, nelle aule universitarie o nelle sentenze solenni. Un diritto esiste davvero solo quando protegge chi ne ha bisogno, soprattutto quando quella persona non ha potere, denaro o cittadinanza privilegiata. Altrimenti non siamo davanti a uno Stato di diritto. Siamo davanti a una rappresentazione del diritto. E una civiltà che proclama l’uguaglianza, ma la applica secondo convenienza, non tradisce soltanto i cittadini esclusi. Tradisce prima di tutto i propri principi.

  • Da quasi nove anni vivo in Italia. Sono entrata nelle case italiane per lavorare, spesso fingendo di non capire, di non vedere e perfino di essere meno intelligente di quanto fossi. Non per ingannare qualcuno, ma per osservare da vicino quella che ci viene presentata come la perfetta famiglia europea. E ciò che ho visto non era necessariamente migliore del mondo da cui provengo. Ho visto frustrazione, solitudine, furbizia, rapporti costruiti sull’interesse e una normalità tenuta in piedi dalle apparenze. Naturalmente non tutte le famiglie sono uguali, ma il mito della superiorità europea, visto da dentro, perde rapidamente la sua lucentezza. La differenza tra loro e noi non è che loro siano migliori. Nei Balcani siamo stati impoveriti e divisi da una politica gestita male. In molte società occidentali, invece, la ricchezza si è costruita per generazioni anche sul lavoro invisibile degli immigrati: persone che assistono gli anziani, puliscono le case, crescono i figli degli altri e fanno i lavori che molti non vogliono più fare. Finché l’immigrato lavora in silenzio, accetta lo sfruttamento, non protesta e ringrazia per qualunque cosa, viene definito bravo, onesto e integrato. Quando però si sveglia, conosce i propri diritti, chiede un contratto giusto, rispetto, riposo e dignità, improvvisamente diventa scomodo. Non è l’immigrato a essere cambiato. È il sistema che non lo considera più utile nel momento in cui smette di essere obbediente. L’Europa non teme soltanto l’immigrazione. Teme soprattutto l’immigrato consapevole, quello che lavora, osserva, comprende e finalmente trova il coraggio di parlare.