Ci hanno chiamati la polveriera d’Europa. Ci hanno chiamati la periferia d’Europa. Come se i Balcani fossero sempre stati il luogo da osservare da lontano: troppo complicati, troppo orgogliosi, troppo divisi, troppo difficili da comprendere. Eppure questa cosiddetta periferia è stata continuamente al centro della storia europea. Imperi, confini, guerre, nazionalismi, interessi geopolitici, religioni, alleanze e rivalità hanno attraversato per secoli le nostre terre. E noi siamo rimasti qui. Albanesi, serbi, bosniaci, montenegrini, croati, macedoni, greci e tutti gli altri popoli di questa regione. Con le nostre lingue. Con le nostre ferite. Con i nostri morti. Con le nostre versioni della storia. E troppo spesso anche con l’odio che una generazione ha consegnato alla successiva. Oggi, però, io non voglio parlare soltanto da albanese. Non voglio parlare soltanto di politica. Non voglio nemmeno parlare come qualcuno che studia la storia e cerca continuamente risposte dentro il passato. Oggi voglio parlare semplicemente come essere umano. Io sono con il mio popolo. Sono con gli albanesi. Sono con i cittadini del Kosovo. Sono con la memoria delle nostre vittime, con la sofferenza delle famiglie, con chi ha perso la propria casa, la propria terra, i propri cari. Ma proprio perché conosco il valore di quella sofferenza, non voglio trasformarla in un’eredità di odio. E sono anche con quei popoli che ancora oggi qualcuno vorrebbe insegnarmi a considerare nemici. Perché un governo non è un popolo. Un esercito non è un popolo. Un criminale non è un popolo. E soprattutto un bambino nato oggi non può essere considerato responsabile dei crimini commessi prima ancora che venisse al mondo. Questa distinzione per me è fondamentale. Perdonare un popolo non significa assolvere un crimine. Cercare la pace non significa cancellare la storia. Volere la riconciliazione non significa dimenticare le vittime. La memoria deve rimanere. I documenti devono rimanere. I nomi devono rimanere. Le responsabilità individuali e istituzionali devono essere accertate. Ma l’odio non deve rimanere. Perché se consegniamo ai nostri figli solamente il dolore, senza insegnare loro anche cosa farne, allora permettiamo alla guerra di continuare anche quando le armi hanno smesso di sparare. Io non voglio questo per i Balcani. Non voglio che un bambino albanese cresca pensando che deve odiare un bambino serbo. Non voglio che un bambino serbo cresca pensando che deve diffidare di un albanese. Non voglio che bosniaci, croati, montenegrini, macedoni o qualunque altro popolo della nostra regione debbano portarsi addosso, per nascita, una colpa collettiva. Vorrei che un giorno i nostri figli potessero incontrarsi e chiedersi: “Chi sei?” E che la risposta non fosse più una barricata. Sono albanese. Sono serbo. Sono bosniaco. Sono croato. Sono montenegrino. Sono macedone. Bene. E dopo? Sei capace di amare? Sai rispettare? Sai vivere accanto a qualcuno diverso da te? Sai guardare la storia senza trasformarla in un’arma? Queste dovrebbero essere le domande del futuro. Per troppo tempo nei Balcani abbiamo imparato a conoscere perfettamente ciò che ci divide. Forse è arrivato il momento di studiare con la stessa attenzione ciò che può unirci. Non chiedo di diventare un unico popolo. Non voglio cancellare identità, bandiere, lingue o memorie. Al contrario. Voglio che ognuno possa essere orgoglioso della propria identità senza aver bisogno di umiliare quella dell’altro. Perché l’identità che necessita di un nemico per sopravvivere è un’identità fragile. Io sono orgogliosa delle mie radici albanesi. E proprio per questo non ho bisogno di odiare nessuno. La forza di un popolo non si misura soltanto dalla capacità di combattere. A volte la forza più grande arriva dopo la guerra. È la capacità di non permettere al dolore di trasformarti in ciò che hai combattuto. Noi albanesi conosciamo la resistenza. Conosciamo l’orgoglio. Conosciamo il valore della libertà. Allora dobbiamo conoscere anche un’altra forma di coraggio: quello di spezzare la catena dell’odio. Non per dimenticare. Ma perché ricordiamo abbastanza da sapere dove porta. I Balcani sono stati definiti per troppo tempo una polveriera. Forse dovremmo domandarci chi abbia acceso quelle micce, chi abbia alimentato le divisioni, chi abbia beneficiato delle nostre rivalità e quante volte siano stati i popoli comuni a pagare il prezzo più alto. Ma soprattutto dobbiamo domandarci che cosa vogliamo essere domani. Perché non siamo obbligati a vivere eternamente dentro le definizioni che altri hanno scritto per noi. Non siamo soltanto la polveriera d’Europa. Non siamo soltanto la periferia d’Europa. Siamo popoli antichi che hanno attraversato imperi, guerre, occupazioni, divisioni e confini. E possiamo scegliere che i nostri figli ereditino la memoria senza ereditare il nemico. Io questo sogno per l’Albania. Lo sogno per il Kosovo. Lo sogno per la Serbia. Lo sogno per la Bosnia, il Montenegro, la Croazia, la Macedonia del Nord e per tutti i Balcani. Una generazione che conosca perfettamente la propria storia, ma che non abbia più bisogno di vivere prigioniera di essa. Perché forse la vera vittoria dei nostri popoli non arriverà quando riusciremo a dimostrare chi ha sofferto di più. Arriverà quando nessuno dovrà più soffrire per dimostrarlo. E forse allora quella terra che l’Europa ha chiamato per secoli “periferia” potrà insegnare qualcosa proprio al centro: che dopo tanto sangue, la scelta più rivoluzionaria non è un’altra guerra. È la pace.
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La Lista di Rumor: cosa contiene il libro La Lista di Rumor, di Diego Marin, nasce come L’Attesa Appendice a “L’Altra Europa” di P. Rumor e si presenta come un’opera di saggistica, misteri storici e politica. Non è un testo costruito su un solo livello. Il libro intreccia storia politica, memoria europea, documenti, simboli, interpretazioni e interrogativi sul potere. L’intento è accompagnare il lettore dentro una lettura meno lineare degli eventi, mettendo in relazione ciò che è visibile con ciò che spesso resta ai margini della narrazione più conosciuta. Uno degli aspetti centrali è l’analisi delle dinamiche nascoste che attraversano la storia politica italiana ed europea. Il volume propone uno sguardo critico sui retroscena, sulle trame istituzionali complesse e sui meccanismi che possono influenzare il corso degli eventi. Accanto alla parte politica emerge poi il tema dei documenti, dei sigilli, delle profezie, dei rotoli e dei codici cifrati. Anche l’immaginario della copertina richiama questo universo: antichi manoscritti, simboli esoterici e figure incappucciate costruiscono un’atmosfera sospesa tra ricerca storica ed enigma. Il libro propone inoltre una riflessione sul passato come strumento per comprendere il presente. Le sue pagine invitano a interrogarsi sulle radici di un’Europa alternativa, sulle figure chiave, sugli eventi di confine e sulle svolte geopolitiche che continuano ancora oggi a influenzare il destino del continente. Il filo conduttore dell’opera è quindi quello della ricerca e della rivelazione: storia, politica, memoria, potere e mistero vengono messi in dialogo tra loro, con l’obiettivo di sollevare domande e offrire nuove chiavi di lettura. È un libro rivolto a chi ama approfondire, mettere in discussione, cercare connessioni e osservare la storia da prospettive meno immediate. In altre parole, La Lista di Rumor non vuole soltanto raccontare il passato: vuole spingere il lettore a chiedersi quanto di quel passato continui ancora a vivere nel presente.

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Tra convivenza moderna, responsabilità perduta e vecchie costrizioni che non devono tornare .Sono contro molte cose. Posso essere contro una religione quando pretende di controllare la coscienza dell’individuo. Posso essere contro una politica quando smette di rappresentare le persone. Posso essere contro tradizioni che hanno sacrificato intere generazioni in nome dell’onore, del cognome o dell’interesse familiare. Ma non sarò mai contro la famiglia. Sono però contro una famiglia costruita male. Contro quella imposta. Contro quella che nasce dalla paura. Contro quella dove una donna deve restare perché economicamente dipendente. E sono altrettanto critica verso un altro modello, apparentemente modernissimo, nel quale chiamiamo libertà ciò che qualche volta è soltanto assenza di responsabilità. Vivendo tra culture diverse, soprattutto quella balcanica e quella italiana, vedo due estremi quasi opposti. Da una parte esiste ancora, in alcune realtà dei Balcani, il peso di modelli patriarcali nei quali la famiglia può esercitare un’influenza enorme sulla scelta del partner. Sarebbe scorretto attribuire questo fenomeno a tutti i Balcani o a tutte le famiglie: le differenze sociali, territoriali e generazionali sono enormi. Ma sarebbe altrettanto scorretto fingere che certe realtà siano completamente scomparse. Ancora nel 2025 UNICEF denunciava in Serbia la persistenza dei matrimoni precoci, soprattutto nelle comunità più vulnerabili, e riportava percentuali particolarmente elevate nelle comunità rom. In Montenegro, UNICEF continua a indicare i matrimoni precoci come un problema serio soprattutto nelle comunità rom ed egiziane. Una ragazza non deve essere promessa. Non deve sposarsi per spegnere un conflitto tra famiglie. Non deve essere consegnata a qualcuno perché così vuole il padre, il clan, il paese, la tradizione o l’onore. Quella non è difesa della famiglia. È negazione della libertà. Ma dall’altra parte abbiamo costruito un modello occidentale che merita altrettanta attenzione. In Italia il matrimonio continua a diminuire. Nel 2024 sono stati celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto all’anno precedente. Nello stesso tempo, le libere unioni sono passate da circa 440 mila all’inizio degli anni Duemila a oltre 1,7 milioni nel biennio 2023-2024. Questo non dimostra che convivere sia sbagliato. Dimostra però che il modo di costruire la famiglia è cambiato profondamente. E qui nasce la domanda che pochi vogliono fare: abbiamo ottenuto maggiore libertà oppure, insieme alla libertà, abbiamo normalizzato anche una maggiore precarietà nei rapporti? Oggi sentiamo continuamente parlare di 50 e 50. Metà dell’affitto. Metà della spesa. Metà delle bollette. Metà delle vacanze. Separazione dei patrimoni. Ognuno con il proprio conto. Ognuno con le proprie sicurezze. Nel 2024, il 74,8% dei matrimoni celebrati in Italia ha scelto la separazione dei beni. Non c’è nulla di moralmente sbagliato nella separazione patrimoniale. Può essere una scelta razionale e perfettamente legittima. Ma dobbiamo smettere di confondere automaticamente la divisione economica con l’uguaglianza. Perché il 50 e 50 scritto sul conto corrente può diventare molto facilmente 70 e 30 nella vita reale. I dati dell’Istat sono eloquenti. Nel 2023, considerando le persone dai 25 anni in su, le donne dedicavano mediamente al lavoro familiare 4 ore e 44 minuti al giorno, contro 2 ore e 6 minuti degli uomini. Anche nelle coppie tra 25 e 64 anni in cui entrambi lavorano, permane una forte asimmetria: il 68,9% del lavoro familiare ricade sulle donne. Allora la domanda diventa inevitabile. Se una donna paga metà dell’affitto, metà della spesa e metà delle vacanze, ma contemporaneamente sostiene la quota maggiore del lavoro domestico, dell’organizzazione della famiglia e spesso della cura dei figli, possiamo davvero continuare a chiamarlo 50 e 50? Io no. Lo chiamo uguaglianza contabile senza uguaglianza sostanziale. E qui nasce la mia critica alla convivenza quando diventa una zona di comodità permanente. Non sto dicendo che ogni convivenza sia sbagliata. Non sto dicendo che ogni uomo convivente sfrutti una donna. Sto dicendo qualcosa di molto più preciso. Quando una persona riceve tutti i vantaggi di una famiglia — casa condivisa, affetto, sessualità, sostegno emotivo, quotidianità, spesso figli — ma continua per anni a evitare deliberatamente qualsiasi forma di responsabilità o progetto comune perché vuole “sentirsi libera”, quella libertà merita di essere interrogata. Perché la libertà di uno non può essere costruita sulla precarietà dell’altro. E vale anche nel matrimonio. Esiste un altro uomo: quello che vive dentro un matrimonio ormai infelice, ma non vuole perderne la stabilità economica, sociale o familiare. Non lascia la moglie. Non affronta il problema. Non prende una decisione. Però cerca altrove emozione, sesso, comprensione o innamoramento. E magari coinvolge un’altra donna facendole credere che un giorno cambierà qualcosa. Quello non è un uomo intrappolato soltanto dalle circostanze. Se mente a entrambe, sta scegliendo la propria comodità a spese di due persone. La parola corretta è irresponsabilità affettiva. A volte anche opportunismo. La modernità ci ha insegnato una cosa fondamentale: nessuno deve rimanere dentro una relazione per forza. Ed è una conquista. Ma dovremmo aggiungere una seconda frase: nessuno dovrebbe neppure poter pretendere i benefici di una relazione senza assumersi le responsabilità che quella relazione comporta. E allora forse non dobbiamo scegliere tra passato e presente. Del passato dobbiamo recuperare una cosa sola: il valore attribuito alla parola data e alla responsabilità. Non le spose bambine. Non i matrimoni combinati. Non la donna economicamente prigioniera del marito. Non il controllo delle famiglie. Non l’onore che vale più della felicità delle persone. E della modernità dobbiamo conservare ciò che davvero rappresenta progresso: la libertà di amare. La libertà di scegliere. La libertà di lasciare una relazione che distrugge. L’indipendenza economica. L’uguaglianza giuridica. Ma senza trasformare la libertà in una giustificazione per non scegliere mai. Io non voglio tornare indietro. Voglio andare avanti meglio. Voglio una donna libera che non debba supplicare un uomo di mantenerla. Ma voglio anche un uomo capace di dire: “Ho scelto questa persona e me ne assumo la responsabilità.” Voglio due persone economicamente autonome, ma capaci anche di costruire qualcosa che non sia continuamente diviso in “questo è mio” e “questo è tuo”. Voglio che nessuna donna debba sposarsi perché lo decide la famiglia. Ma voglio anche che nessuna donna debba trascorrere dieci anni in una relazione aspettando che qualcuno decida finalmente se vuole davvero costruire una vita con lei. La famiglia non deve essere una prigione. Ma non può nemmeno diventare un albergo sentimentale nel quale si rimane finché conviene. Una famiglia dovrebbe essere una scelta libera tra due persone che potrebbero andarsene, ma decidono consapevolmente di restare. Non per paura. Non per religione. Non per interesse. Non perché qualcuno glielo impone. Per amore, responsabilità e progetto. Questa, per me, è la famiglia da difendere. Non quella del passato. Non quella imposta dal presente. Quella che dobbiamo ancora avere il coraggio di costruire. Andriana Art Poetry
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Tecnica: Acrilico su tela
Dimensioni :70×50
Anno:2026
Andriana Art Poetry
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Portare la mia arte in un contesto internazionale, vedere il mio nome il mio lavoro presentati al pubblico, è stata un’emozione intensa. Ogni mostra è un incontro: con nuovi sguardi, nuove sensibilità e nuovi modi di leggere ciò che nasce dentro di me e prende forma sulla tela.
Ringrazio chi ha reso possibile questa esperienza e tutte le persone che si sono fermate davanti alla mia opera.
Monte Carlo, settembre 2026
Andriana Ura -Andriana Art Poetry
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Il centro del comando rappresenta il punto in cui energia, decisione e controllo si concentrano. Le forme geometriche si sovrappongono come strutture di pensiero, mentre il cerchio dorato al centro diventa il fulcro assoluto dell’opera: il luogo simbolico da cui nasce la direzione.
Il rosso esprime forza e tensione, il nero autorità e profondità, l’oro li chiama potere e valore, mentre l’argento introduce equilibrio e razionalità.Le linee dorate attraversa la composizione come traiettoria, quasi a indicare che ogni scelta parte da un centro interiore prima di trasformarsi in azione.
È un’opera sul potere di governare se stessi prima ancora di governare ciò che ci circonda.
Dimensioni:50×70
Tecnica: Acrilico su tela
Anno:2026
Andriana Art Poetry
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Il centro del mio potere, rappresenta la forza che nasce dall’interno. Il nucleo rosso simbologia energia, volontà e identità ,mentre l’oro che si espande nello spazio richiama una potenza che cresce e si manifesta verso l’esterno.Il nero, invece, diventa lo sfondo da qui la luce emerge con maggiore intensità.
L’opera racconta quindi il ritorno a se stessi, alla propria forza e al proprio centro interiore.
Dimensioni: 50×70
Tecnica: Acrilico su tela
Anno:2026
Andriana Art Poetry
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GJERGJ KASTRIOTI SKËNDERBEU: CONOSCERE LA STORIA PER COMPRENDERE IL PRESENTE “Ata që lexojnë historinë kuptojnë më mirë të tashmen.” Chi legge la storia comprende meglio il presente. È da questa idea che nasce la riflessione attorno a Gjergj Kastrioti, i mbiquajtur Skënderbeu: conoscere il passato non significa semplicemente ricordare date, battaglie e personaggi, ma capire le radici profonde di ciò che siamo oggi. Skënderbeu appartiene certamente alla storia albanese, ma la sua figura supera i confini nazionali. Nel XV secolo divenne protagonista della resistenza contro l’espansione ottomana e, nel tempo, si trasformò in un simbolo di resistenza, identità e difesa della libertà. Ma dietro l’eroe esiste anche il leader politico. Gjergj Kastrioti dovette muoversi tra diplomazia, alleanze mutevoli, conflitti e interessi internazionali. La sua storia ci ricorda che nessun popolo vive isolato e che i Balcani sono sempre stati un crocevia nel quale poteri, culture, religioni e imperi si sono incontrati e scontrati. Ed è proprio per questo che leggere la storia è fondamentale anche oggi. Chi conosce il passato possiede strumenti migliori per riconoscere le dinamiche politiche e culturali del presente. I Balcani portano ancora dentro di sé secoli di divisioni, alleanze, migrazioni, resistenze e identità sovrapposte. Comprenderle significa evitare di giudicare il presente senza conoscerne le radici. La storia di Skënderbeu, quindi, non dovrebbe essere utilizzata soltanto per celebrare un eroe. Dovrebbe servire anche a pensare. A comprendere quanto costi difendere una terra. Quanto sia fragile la libertà. Quanto sia importante conoscere la propria identità senza trasformarla in odio verso quella degli altri. Perché conoscere la storia di un popolo significa comprenderne anche la dignità, la resilienza e la memoria che continua ad attraversare i confini dell’Europa. La storia non serve per restare prigionieri del passato. Serve per evitare di diventare ciechi nel presente. Andriana Art Poetry #Skenderbeu #GjergjKastrioti #Albania #StoriaAlbanese #HistoriaShqiptare #Identità #Balcani #MemoriaStorica #PensieroCritico #AndrianaArtPoetry

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IL TEMPIO DEGLI ILLUMINATI: QUANDO LA STORIA INCONTRA IL MISTERO Quanto siamo realmente disposti a mettere in discussione ciò che crediamo di conoscere sul passato? Il Tempio degli Illuminati. Gli Ulvunghi, ovvero la famiglia di Cristo, di Davide S. Amore e Diego Marin, conduce il lettore dentro un territorio affascinante e controverso, dove genealogie, simboli iniziatici, spiritualità e interpretazioni alternative della storia si incontrano. Al centro dell’opera troviamo l’ipotesi degli Ulvunghi e del loro presunto legame con la famiglia di Cristo: una linea di ricerca che gli autori affrontano intrecciando genealogia e interpretazione simbolica. Il libro esplora l’idea di lignaggi e conoscenze che, secondo questa prospettiva, sarebbero sopravvissuti nei secoli lontano dalla narrazione storica più conosciuta. Ma il fascino del volume non si ferma alla genealogia. Simboli, arte, araldica e tradizioni iniziatiche diventano parti di una sorta di mappa invisibile del passato, attraverso la quale gli autori cercano collegamenti tra epoche e culture apparentemente lontane. È importante però distinguere tra ipotesi, interpretazione e fatto storico documentato. Ed è proprio qui che, secondo me, questo genere di lettura diventa interessante: non perché dobbiamo sostituire una verità con un’altra, ma perché possiamo imparare a fare domande. Leggere criticamente significa non credere ciecamente né alla versione ufficiale né a quella alternativa. Significa confrontare. Cercare. Dubbitare. Controllare le fonti. E soprattutto mantenere aperta la mente senza rinunciare alla ragione. Il Tempio degli Illuminati si rivolge infatti a chi cerca una lettura fuori dai percorsi convenzionali e propone chiavi interpretative alternative, lasciando al lettore il compito di interrogarsi e valutare. Perché forse la domanda più interessante non è: “È tutto vero?” ma: “Quanto conosciamo davvero della storia che abbiamo ereditato?”
Andriana Art Poetry #IlTempioDegliIlluminati #DavideSAmore #DiegoMarin #OrizzontiProibiti #Storia #MisteriDellaStoria #Genealogie #Simbolismo #PensieroCritico #Libri #AndrianaArtPoetry

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Napoli
26 settembre 2026-ore 17:30
Vernissage dedicato alla poesia
42 poeti, 42 voci.
Un nuovo appuntamento con la parola, l’arte e il mito.
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Dal 9 al 13 settembre 2026 parteciperò alla rassegna artistica”Capsicum Art”, nell’ambito della XXXIV Edizione del Diamante Peperoncino Festival, a Diamante, in Calabria.
La rassegna è organizzata da orizzonti contemporanei e Alhena Editore, in collaborazione con l’Accademia Italiana del peperoncino, ed è curato dal critico e storico dell’arte Enzo Nasillo.
Essere presente con il mio lavoro in un contesto che unisce arte, cultura e territorio rappresenta per me un’altra piccola Ma significativa tappa di un percorso costruito con passione, ricerca e libertà espressiva.
Diamante-Calabria
9 -13 settembre 2026
Rassegna artistica “Capsicum Art”
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Acrilico su tela
70×50
2026
Andriana Ura
L’opera parla di confini e percorsi che si sovrappongono in una struttura apparentemente ordinata.
Al centro ,un cerchio dorato interrompe la rigidità: presenza, coscienza o individuo che cerca il proprio spazio dentro ciò che lo contiene.
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Tecnica: Acrilico su tela
Dimensioni: 50×70
Anno:2026
Artista: Andriana Ura
Un’opera sul confine sottile tra sicurezza e rinuncia.
Due mondi opposti restano ai lati, mentre al centro le mani incatenate raccontano che continua a restare dentro legami, equilibri e convenzioni che non fanno più vivere davvero. A volte ciò che chiamiamo stabilità è soltanto paura di cambiare.
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Dimensioni: 50×70
Tecnica: Acrilico su tela
Anno:2026
Artista: Andriana Ura
L’illusione del controllo è un’opera che racconta il rapporto tra potere, massa e coscienza. Al centro, il potere osserva e domina; da una parte c’è chi crede di avere tutto sotto controllo, dall’altra chi procede senza sapere dove andare. Il cervello richiama il vero luogo in cui il controllo agisce: la mente.
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Oltre i dogmi della storiografia: Appunti di Storia Proibita Cosa accadrebbe se una parte della storia che conosciamo fosse soltanto una delle possibili narrazioni? È da questa domanda che prende forza Appunti di Storia Proibita di Diego Marin, un’opera che invita il lettore a uscire dai percorsi più convenzionali della storiografia e a osservare il passato attraverso prospettive differenti. Il libro affronta geografie nascoste, simbolismi, dinastie di potere, reti di influenza e interpretazioni alternative degli eventi storici. Il punto più interessante non è credere automaticamente a una versione diversa da quella ufficiale, ma recuperare il valore del dubbio e della ricerca critica. La storia, infatti, non è soltanto una successione di date, guerre e governi. È anche memoria, interpretazione e selezione di ciò che viene tramandato. Marin porta l’attenzione proprio sulle zone d’ombra: quelle parti del passato che spesso rimangono fuori dai manuali o vengono considerate marginali. Un altro tema centrale del libro riguarda la natura del potere. Non sempre visibile, non sempre concentrato nelle istituzioni ufficiali, ma spesso costruito attraverso alleanze, famiglie, simboli, influenze culturali e strutture capaci di attraversare intere epoche. Ed è forse proprio qui che il libro diventa più attuale. Viviamo in un’epoca in cui riceviamo migliaia di informazioni ogni giorno, ma raramente abbiamo il tempo di fermarci e domandarci: chi racconta questa storia? Da quale prospettiva? Quali elementi vengono messi in primo piano e quali rimangono fuori? Appunti di Storia Proibita non deve necessariamente essere letto come un nuovo dogma da sostituire a quello precedente. Può essere letto, invece, come un invito a non smettere di interrogare il passato, confrontare le fonti e guardare oltre la prima risposta disponibile. Perché il pensiero critico nasce proprio così: non dal credere a tutto, ma nemmeno dal rifiutare tutto. Nasce dal coraggio di fare domande.
Andriana Art Poetry #Storia #AppuntiDiStoriaProibita #DiegoMarin #PensieroCritico #Storiografia #Libri #Cultura #Ricerca #StoriaAlternativa #AndrianaArtPoetry

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Felice di condividere una nuova partecipazione internazionale.
Sarò presente al progetto”Trofeo Star dell’Arte Montecarlo”Durante Art3F Monaco, dal 11 al 13 settembre 2026.
Un’altra tappa importante del mio percorso artistico.
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Ma la memoria non muore con lui Oggi, 27 agosto 2026, è morto Ratko Mladić, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Aveva 84 anni e stava scontando l’ergastolo dopo la condanna internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La sua morte rappresenta la fine biologica di un uomo, non la fine di una storia. Mladić rimarrà inevitabilmente legato soprattutto a Srebrenica, dove nel luglio del 1995 furono uccisi più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi. Rimarrà legato anche all’assedio di Sarajevo e a una guerra che lasciò dietro di sé città distrutte, famiglie spezzate, profughi e ferite ancora oggi presenti nei Balcani. Di fronte alla morte di una figura tanto controversa è facile ricadere nelle vecchie divisioni: serbi contro bosniaci, musulmani contro cristiani, vincitori contro sconfitti. Ma sarebbe ancora una volta un errore. I crimini hanno responsabili. Non hanno un’etnia da trasmettere ai figli. Nessun popolo dovrebbe essere dichiarato colpevole per ciò che hanno fatto comandanti, governi, eserciti o gruppi politici. Allo stesso modo, nessun crimine dovrebbe essere cancellato o ridimensionato per proteggere l’orgoglio nazionale. È proprio questo uno degli insegnamenti più difficili lasciati dalle guerre jugoslave: quando il nazionalismo convince gli uomini che la propria identità vale più della vita dell’altro, il vicino può trasformarsi rapidamente in nemico. E a pagare sono quasi sempre le persone comuni. Donne. Bambini. Famiglie. Persone che fino al giorno prima abitavano la stessa strada, frequentavano gli stessi mercati e condividevano la stessa terra. Mladić è morto, ma le vittime non possono diventare soltanto numeri nei libri di storia. Dietro ogni numero esisteva una persona, una casa, qualcuno che aspettava il suo ritorno. La giustizia internazionale ha pronunciato la propria sentenza e quella sentenza appartiene ormai alla storia. La condanna definitiva di Mladić non dovrebbe essere utilizzata per alimentare odio verso il popolo serbo, così come la memoria delle vittime non dovrebbe essere sacrificata sull’altare del nazionalismo o del revisionismo. Ricordare non significa vendicarsi. Ricordare significa impedire che qualcuno possa domani raccontare che non è successo nulla. I Balcani hanno conosciuto abbastanza confini tracciati con il sangue, abbastanza propagande e abbastanza uomini convinti di poter decidere chi avesse diritto di vivere su una determinata terra. Forse oggi la riflessione più importante non riguarda nemmeno Ratko Mladić. Riguarda noi. Riguarda quello che scegliamo di fare con la memoria. Possiamo usarla per continuare una guerra terminata trent’anni fa oppure possiamo trasformarla in uno strumento affinché nessuna nuova generazione debba vivere ciò che hanno vissuto Sarajevo, Srebrenica e tante altre città dei Balcani. Gli uomini muoiono. Le ideologie possono sopravvivere. Ed è per questo che la memoria deve essere più forte di entrambe. Andriana Art Poetry
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Negli ultimi mesi ho completato due specializzazioni online attraverso Coursera, realizzate da due università internazionali: Macquarie University e Arizona State University. La prima, Online Learning Design for Educators, mi ha permesso di approfondire il mondo della formazione digitale. Ho imparato a progettare percorsi di apprendimento online in modo più consapevole, a organizzare contenuti educativi, a utilizzare strumenti digitali per coinvolgere chi apprende e a comprendere quanto sia importante adattare l’insegnamento alle diverse esigenze delle persone. Non basta trasferire informazioni. Insegnare significa anche saper comunicare, costruire un percorso comprensibile, scegliere gli strumenti adeguati e creare uno spazio in cui chi studia possa sentirsi realmente coinvolto. La seconda specializzazione, Professional Skills: Strategic Thinking, dell’Arizona State University, mi ha portata invece a lavorare sul pensiero strategico. Questo percorso mi ha insegnato a osservare una situazione da più prospettive, distinguere ciò che è urgente da ciò che è veramente importante, valutare le conseguenze delle decisioni e non fermarmi alla prima soluzione disponibile. Ho approfondito anche capacità legate alla comunicazione, alla leadership, al pensiero critico e alla gestione del cambiamento. La parte che considero più importante è proprio questa: imparare a pensare prima di agire. Il pensiero strategico non serve soltanto nel lavoro o nella gestione di un progetto. Serve nella vita quotidiana. Significa imparare a vedere oltre il problema immediato, comprendere il contesto, valutare alternative e scegliere una direzione invece di reagire semplicemente agli eventi. Questi due percorsi, pur essendo diversi, per me si completano. Uno mi ha insegnato maggiormente come trasmettere conoscenza. L’altro mi ha aiutata a rafforzare come analizzare, decidere e costruire una strategia. E forse è proprio questo il senso della formazione continua: non accumulare semplicemente certificati, ma trasformare ciò che si studia in nuovi strumenti mentali. Ogni corso concluso dovrebbe lasciare qualcosa che rimane anche dopo l’ultima lezione. Nel mio caso rimangono soprattutto tre cose: una maggiore capacità di progettare, una maggiore attenzione alla comunicazione e un modo ancora più strutturato di affrontare problemi e decisioni. Perché studiare non significa soltanto sapere di più. Significa imparare a vedere meglio.

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Daughter of Albania: la storia studiata, la vita vissuta Ci sono libri che raccontano una nazione attraverso le date. E poi ci sono libri che raccontano una nazione attraverso la vita di chi quella storia l’ha portata dentro di sé. Daughter of Albania – The Story I Studied, the Life I Lived, di Andriana Ura, nasce proprio da questo incontro tra memoria personale, identità e storia albanese. Non vuole essere soltanto un libro sull’Albania. È il racconto di un legame. Quello tra una donna e la terra da cui proviene. Tra ciò che ha studiato e ciò che ha vissuto. Tra la storia scritta nei libri e quella che rimane nelle famiglie, nei ricordi, nelle partenze, nei silenzi e nelle scelte. Il sottotitolo, “The Story I Studied, the Life I Lived”, racchiude già il cuore dell’opera: la storia non viene osservata soltanto dall’esterno, ma attraversata attraverso un’esperienza personale. Perché conoscere il proprio Paese significa anche chiedersi: Che cosa abbiamo ereditato? Che cosa abbiamo perduto? Che cosa continuiamo a portare con noi anche quando viviamo lontano? Il libro attraversa temi come memoria, storia, identità, libertà e coraggio, mettendo al centro una voce femminile che guarda all’Albania senza separare il passato dal presente. La memoria diventa così qualcosa di vivo. Non nostalgia. Non idealizzazione. Ma uno strumento per capire chi siamo. Le radici, infatti, non dovrebbero impedirci di andare avanti. Dovrebbero aiutarci a capire da dove siamo partiti. E questo vale ancora di più per chi ha conosciuto l’emigrazione, il cambiamento, la distanza dalla propria terra e quella sensazione particolare di appartenere contemporaneamente a più luoghi senza smettere di riconoscere il primo. Daughter of Albania parla quindi anche di appartenenza. Di quella parte dell’identità che non entra in una carta geografica e che non scompare attraversando una frontiera. Una lingua. Una memoria. Una famiglia. Una storia. Un modo di guardare il mondo. Il messaggio che emerge dall’opera può essere racchiuso in una frase: non nasciamo soltanto da una terra; nasciamo anche dalla sua storia, dai suoi silenzi e dal coraggio che ci lascia in eredità. Ed è forse proprio questo il valore di un libro costruito tra autobiografia e memoria storica. Ricordare che dietro ogni grande evento ci sono sempre vite individuali. Persone che hanno visto cambiare un Paese. Persone che sono partite. Persone che sono rimaste. Persone che hanno dovuto ricostruire la propria identità lontano da casa. Perché la storia di una nazione non appartiene soltanto agli archivi. Appartiene anche alle persone che l’hanno vissuta. E quando una di quelle persone decide di raccontarla, la memoria privata può diventare testimonianza collettiva. Daughter of Albania è questo: la voce di una donna, la memoria di una terra e una storia consegnata alle generazioni che verranno. Perché conoscere le proprie radici non significa vivere rivolti all’indietro. Significa avere abbastanza memoria per scegliere con maggiore consapevolezza dove andare.









