Andriana Art Poetry

Arte & Scrittura

Ci sono guerre che finiscono nei trattati di pace e guerre che continuano molto più a lungo, dentro le famiglie, nei cognomi, nelle identità, nei silenzi tramandati da una generazione all’altra. È da questa riflessione che nasce Quelli che ereditano le guerre. Storie di confini, memoria e identità, il mio nuovo lavoro di prossima pubblicazione. Un libro che guarda ai Balcani, ma soprattutto a ciò che accade dopo che le armi tacciono. La domanda che attraversa tutto il testo è semplice, ma scomoda: Per quanto tempo una generazione deve continuare a combattere una guerra che non ha iniziato? Perché una guerra può terminare ufficialmente, ma continuare a vivere nelle parole che scegliamo, nei pregiudizi che ereditiamo, nelle paure che trasmettiamo ai figli e nell’idea che un intero popolo debba rispondere per ciò che altri hanno fatto prima della sua nascita. Ricordare è necessario. Dimenticare o falsificare la storia sarebbe un errore. Ma ricordare non significa trasformare il dolore in rancore permanente. La memoria dovrebbe servire a impedire che la tragedia si ripeta, non a consegnare alle nuove generazioni un nemico già scelto. Uno dei temi centrali del libro è proprio la separazione tra responsabilità individuale e identità collettiva. Nessun essere umano dovrebbe nascere con una colpa assegnata soltanto perché appartiene a un determinato popolo, porta un certo cognome o vive dall’altra parte di un confine. E i confini, nei Balcani, non sono soltanto linee disegnate sulle mappe. Entrano nelle famiglie. Entrano nei matrimoni. Entrano nei cognomi. Entrano nelle storie personali di persone che spesso scoprono di essere molto più intrecciate tra loro di quanto la politica, il nazionalismo o la propaganda vogliano ammettere. È proprio qui che nasce una possibilità diversa. Ogni generazione riceve una memoria, ma non è obbligata a ricevere anche l’odio. Possiamo conoscere ciò che è accaduto senza continuare a vivere come se stesse accadendo ancora. Possiamo onorare chi ha sofferto senza trasformare quella sofferenza in una condanna per chi è nato dopo. Possiamo difendere la nostra identità senza avere bisogno di negare quella degli altri. Le nuove generazioni hanno forse il compito più difficile: interrompere una catena che non hanno creato. Ma hanno anche una libertà enorme: scegliere di non continuarla. Quelli che ereditano le guerre non vuole cancellare la storia e non vuole proporre riconciliazioni artificiali. Vuole porre domande. Quanto del nostro odio è davvero nostro? Quanto ci è stato consegnato? E soprattutto: abbiamo il coraggio di restituire ai nostri figli una memoria senza consegnare loro anche una guerra? Perché i trattati di pace possono fermare gli eserciti. Ma una guerra finisce davvero soltanto quando una generazione decide di non trasmetterla più.

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