Da secoli ci insegnano a guardarci male attraverso un confine. L’albanese contro il serbo. Il serbo contro l’albanese. Il vicino contro il vicino. Noi discutiamo ancora su chi fosse arrivato prima, chi possedesse una montagna, chi avesse ragione nel 1389, nel 1913, nel 1999. Nel frattempo qualcuno compra la costa. Qualcun altro prende le concessioni. Qualcuno firma contratti che il popolo leggerà quando sarà troppo tardi. E noi? Noi continuiamo a fare la guerra nei commenti. L’Europa ci chiama “Balcani occidentali”, “periferia”, “polveriera”, ci dà lezioni di Stato di diritto e decide chi è abbastanza europeo per entrare nell’Unione. Peccato che geograficamente europei lo siamo già. Poi ci meravigliamo dell’emigrazione, delle tensioni, della povertà, della gente che scappa e delle potenze straniere che aumentano la propria influenza. Forse il problema non è che serbi e albanesi non sappiano convivere. Forse il problema è che, mentre noi siamo occupati a odiarci, altri hanno imparato perfettamente a fare affari con tutti e due. Il capitale non domanda se sei serbo o albanese. Non conosce Kosovo Polje, Scutari, Belgrado o Tirana. Domanda soltanto: “Quanto costa?” E forse sarebbe arrivato il momento che anche noi facessimo una domanda: chi sta difendendo davvero gli interessi del popolo mentre il popolo viene tenuto occupato a combattere contro il vicino? Perché il nemico più comodo è sempre quello che ti indicano dall’altra parte del confine. Quello più difficile da riconoscere, invece, spesso porta la cravatta, parla di patriottismo e firma i documenti dalla tua stessa parte. — Andriana Art Poetry
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