Andriana Art Poetry

Arte & Scrittura

Tra radici, memoria e libertà: la ricerca artistica di Andriana Ura La mia ricerca artistica nasce molto prima della pubblicazione dei miei libri e molto prima che l’arte diventasse qualcosa da mostrare agli altri. Nasce nella scrittura privata, nei quaderni e nei blocchi che riempivo già da quando avevo circa sedici anni. Per molto tempo quelle parole sono rimaste a casa, custodite, quasi nascoste. Scrivevo perché ne avevo bisogno, non perché pensassi a un pubblico. Per anni, però, la mia voce è rimasta anche limitata. Ho vissuto dentro contesti in cui spesso erano gli altri a decidere cosa fosse giusto fare, cosa dire, cosa mostrare e quale direzione prendere. Non mi mancavano le idee e non mi mancava il bisogno di esprimermi: mi mancava soprattutto la libertà di farlo fino in fondo. L’emigrazione ha cambiato profondamente questo rapporto con me stessa. Mi ha dato libertà e sofferenza insieme. Lasciare la propria terra significa allontanarsi dalle persone, dalle abitudini, dai luoghi e da quella parte della quotidianità che contribuisce a costruire la nostra identità. Significa attraversare culture diverse, imparare nuovi codici e, a volte, sentirsi appartenenti a più mondi senza appartenere completamente a nessuno. Ma l’emigrazione mi ha dato anche la possibilità di incontrare una parte di me che prima non riusciva a esprimersi pienamente. Mi ha permesso di uscire da alcuni confini imposti e di comprendere che la libertà non significa cancellare le proprie radici. A volte è proprio la distanza a farci capire quanto profondamente quelle radici continuino a vivere dentro di noi. Da questa contraddizione nasce una parte fondamentale della mia ricerca. Il mio lavoro attraversa storia, radici, memoria, identità, emigrazione, spiritualità e condizione umana. Non mi considero limitata alla poesia. La poesia rappresenta uno dei miei linguaggi, ma accanto ad essa ci sono la scrittura narrativa e saggistica, la riflessione storica e le arti visive. Sono forme differenti attraverso le quali continuo, in realtà, la stessa ricerca. Quando scrivo di storia, non mi interessa soltanto ricostruire avvenimenti e date. Mi interessa soprattutto comprendere quello che la storia lascia negli esseri umani. Le guerre, le migrazioni, i confini, le divisioni tra popoli e le identità ereditate non terminano necessariamente quando finisce un determinato periodo storico. Continuano spesso a vivere nelle famiglie, nella memoria collettiva, nelle paure, nei silenzi e nelle generazioni successive. Le radici, per me, non sono una prigione. Conoscere la propria origine non dovrebbe significare costruire un muro contro l’altro. Al contrario, dovrebbe permetterci di comprendere meglio anche le radici degli altri. La storia dovrebbe generare consapevolezza, non nuove divisioni. Accanto alla storia esiste poi la dimensione spirituale della mia ricerca. Mi interessa ciò che appartiene all’interiorità dell’essere umano: il rapporto con il tempo, la memoria, l’esistenza, ciò che ereditiamo e ciò che scegliamo di trasformare. Non tutto ciò che sentiamo può essere spiegato attraverso la razionalità. Ed è proprio in quello spazio che spesso nasce l’arte. Nella pittura queste domande diventano materia, geometrie, movimento, contrasti e colore. Nella scrittura diventano parole. A volte quello che non riesco a raccontare attraverso una pagina trova la propria forma sulla tela. Altre volte è un’immagine a generare una domanda che soltanto la scrittura riesce ad approfondire. Per questo non considero pittura e scrittura due mondi separati. Sono due linguaggi della stessa ricerca. Il mio percorso nelle arti visive è nato inizialmente attraverso una ricerca personale e autodidatta e si è successivamente arricchito attraverso una formazione specialistica legata al Museum of Modern Art (MoMA) di New York, che mi ha consentito di approfondire il linguaggio dell’arte moderna e contemporanea, l’interpretazione dell’opera e il rapporto tra artista, ricerca e società. La formazione, tuttavia, per me non sostituisce l’esperienza. La completa. Credo che un artista possa studiare tecniche, movimenti e linguaggi, ma debba poi trovare una propria voce. È quella voce che permette a un’opera di non essere soltanto un esercizio estetico. Al centro del mio lavoro rimane sempre la memoria. Ho sempre scritto e continuerò a farlo perché credo che esistano storie che non devono essere dimenticate. Storie personali. Storie familiari. Storie collettive. Storie di persone che hanno attraversato confini, guerre, perdite, cambiamenti e silenzi. È proprio da questa esigenza che è nato il mio primo libro pubblicato attraverso l’editoria online, Proibito cancellare. Il titolo racchiude ancora oggi una parte essenziale del mio pensiero. “Proibito cancellare” non significa restare prigionieri del passato. Significa riconoscere che cancellare la memoria non cancella ciò che è realmente accaduto. Comprendere il passato, invece, può aiutarci a riconoscere ciò che continua a ripetersi nel presente sotto forme differenti. La mia ricerca continua quindi ad attraversare il rapporto tra individuo e storia, tra appartenenza e libertà, tra origine e trasformazione. Cerco di attraversare la storia senza diventarne prigioniera. Di conservare le radici senza trasformarle in muri. Di raccontare la sofferenza senza rinunciare alla libertà. E di utilizzare l’arte e la scrittura per dare voce a ciò che rischia di essere dimenticato. Per molti anni ho scritto senza mostrarmi. Oggi scelgo di farlo. Forse una delle trasformazioni più importanti del mio percorso è proprio questa: essere passata da una voce custodita nei quaderni a una voce che ha deciso di occupare il proprio spazio. Perché per me l’arte non serve soltanto a creare qualcosa di bello. Serve a ricordare. Serve a interrogare. Serve a trasformare. Serve a lasciare una traccia. E soprattutto serve a dare voce alle storie che non devono essere cancellate.

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