Non chiamatelo “amore improvviso per la Puglia”. È un modo troppo semplice di mettere un’etichetta a qualcosa che semplice non è. Io scrivo di memoria, identità, confini, storia e resistenza da anni. Anche la mia pittura nasce spesso da lì. Quindi non mi serve essere nata in un luogo per accorgermi quando quel luogo merita attenzione. Abbiamo questa strana abitudine di dare un nome a tutto: se difendi la tua terra sei patriota, se guardi quella degli altri sei innamorata, se fai domande sei preoccupata, se insisti troppo sei esagerata. Io, invece, la chiamo coscienza. Perché la storia insegna una cosa abbastanza ironica: all’inizio cambiano una parola, poi un cognome, poi una versione dei fatti, poi magari una frontiera. E alla fine qualcuno arriva persino a spiegarti dove avresti dovuto nascere. Perciò no, non è “amore improvviso per la Puglia”. È semplicemente che ho ancora il brutto vizio di usare la memoria e, ogni tanto, perfino il punto interrogativo. E già che siamo qui, apro anche la tenda della vostra curiosità: non ho mai dichiarato di avere qualcosa contro la Puglia o contro i pugliesi. Primo, perché nessun popolo sulla Terra è perfetto — e per fortuna, altrimenti sai che noia. Secondo, perché il mio miglior amico, oltre a essere un artista, è pugliese. Quindi possiamo tranquillamente archiviare anche questa teoria. Criticare, osservare o preoccuparsi per ciò che accade in un territorio non significa essere contro quel territorio o contro la sua gente. Significa avere ancora la capacità di distinguere un popolo da un problema, una terra dalle decisioni che la riguardano e una domanda da un attacco personale. Ma capisco: mettere tutto dentro un’etichetta è molto più comodo che mettersi a pensare. E pare che oggi fare domande sia diventato molto più scandaloso che dare tutto per scontato.
Lascia un commento