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IL TEMPIO DEGLI ILLUMINATI: QUANDO LA STORIA INCONTRA IL MISTERO Quanto siamo realmente disposti a mettere in discussione ciò che crediamo di conoscere sul passato? Il Tempio degli Illuminati. Gli Ulvunghi, ovvero la famiglia di Cristo, di Davide S. Amore e Diego Marin, conduce il lettore dentro un territorio affascinante e controverso, dove genealogie, simboli iniziatici, spiritualità e interpretazioni alternative della storia si incontrano. Al centro dell’opera troviamo l’ipotesi degli Ulvunghi e del loro presunto legame con la famiglia di Cristo: una linea di ricerca che gli autori affrontano intrecciando genealogia e interpretazione simbolica. Il libro esplora l’idea di lignaggi e conoscenze che, secondo questa prospettiva, sarebbero sopravvissuti nei secoli lontano dalla narrazione storica più conosciuta. Ma il fascino del volume non si ferma alla genealogia. Simboli, arte, araldica e tradizioni iniziatiche diventano parti di una sorta di mappa invisibile del passato, attraverso la quale gli autori cercano collegamenti tra epoche e culture apparentemente lontane. È importante però distinguere tra ipotesi, interpretazione e fatto storico documentato. Ed è proprio qui che, secondo me, questo genere di lettura diventa interessante: non perché dobbiamo sostituire una verità con un’altra, ma perché possiamo imparare a fare domande. Leggere criticamente significa non credere ciecamente né alla versione ufficiale né a quella alternativa. Significa confrontare. Cercare. Dubbitare. Controllare le fonti. E soprattutto mantenere aperta la mente senza rinunciare alla ragione. Il Tempio degli Illuminati si rivolge infatti a chi cerca una lettura fuori dai percorsi convenzionali e propone chiavi interpretative alternative, lasciando al lettore il compito di interrogarsi e valutare. Perché forse la domanda più interessante non è: “È tutto vero?” ma: “Quanto conosciamo davvero della storia che abbiamo ereditato?”
Andriana Art Poetry #IlTempioDegliIlluminati #DavideSAmore #DiegoMarin #OrizzontiProibiti #Storia #MisteriDellaStoria #Genealogie #Simbolismo #PensieroCritico #Libri #AndrianaArtPoetry

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Napoli
26 settembre 2026-ore 17:30
Vernissage dedicato alla poesia
42 poeti, 42 voci.
Un nuovo appuntamento con la parola, l’arte e il mito.
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Dal 9 al 13 settembre 2026 parteciperò alla rassegna artistica”Capsicum Art”, nell’ambito della XXXIV Edizione del Diamante Peperoncino Festival, a Diamante, in Calabria.
La rassegna è organizzata da orizzonti contemporanei e Alhena Editore, in collaborazione con l’Accademia Italiana del peperoncino, ed è curato dal critico e storico dell’arte Enzo Nasillo.
Essere presente con il mio lavoro in un contesto che unisce arte, cultura e territorio rappresenta per me un’altra piccola Ma significativa tappa di un percorso costruito con passione, ricerca e libertà espressiva.
Diamante-Calabria
9 -13 settembre 2026
Rassegna artistica “Capsicum Art”
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Acrilico su tela
70×50
2026
Andriana Ura
L’opera parla di confini e percorsi che si sovrappongono in una struttura apparentemente ordinata.
Al centro ,un cerchio dorato interrompe la rigidità: presenza, coscienza o individuo che cerca il proprio spazio dentro ciò che lo contiene.
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Tecnica: Acrilico su tela
Dimensioni: 50×70
Anno:2026
Artista: Andriana Ura
Un’opera sul confine sottile tra sicurezza e rinuncia.
Due mondi opposti restano ai lati, mentre al centro le mani incatenate raccontano che continua a restare dentro legami, equilibri e convenzioni che non fanno più vivere davvero. A volte ciò che chiamiamo stabilità è soltanto paura di cambiare.
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Dimensioni: 50×70
Tecnica: Acrilico su tela
Anno:2026
Artista: Andriana Ura
L’illusione del controllo è un’opera che racconta il rapporto tra potere, massa e coscienza. Al centro, il potere osserva e domina; da una parte c’è chi crede di avere tutto sotto controllo, dall’altra chi procede senza sapere dove andare. Il cervello richiama il vero luogo in cui il controllo agisce: la mente.
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Oltre i dogmi della storiografia: Appunti di Storia Proibita Cosa accadrebbe se una parte della storia che conosciamo fosse soltanto una delle possibili narrazioni? È da questa domanda che prende forza Appunti di Storia Proibita di Diego Marin, un’opera che invita il lettore a uscire dai percorsi più convenzionali della storiografia e a osservare il passato attraverso prospettive differenti. Il libro affronta geografie nascoste, simbolismi, dinastie di potere, reti di influenza e interpretazioni alternative degli eventi storici. Il punto più interessante non è credere automaticamente a una versione diversa da quella ufficiale, ma recuperare il valore del dubbio e della ricerca critica. La storia, infatti, non è soltanto una successione di date, guerre e governi. È anche memoria, interpretazione e selezione di ciò che viene tramandato. Marin porta l’attenzione proprio sulle zone d’ombra: quelle parti del passato che spesso rimangono fuori dai manuali o vengono considerate marginali. Un altro tema centrale del libro riguarda la natura del potere. Non sempre visibile, non sempre concentrato nelle istituzioni ufficiali, ma spesso costruito attraverso alleanze, famiglie, simboli, influenze culturali e strutture capaci di attraversare intere epoche. Ed è forse proprio qui che il libro diventa più attuale. Viviamo in un’epoca in cui riceviamo migliaia di informazioni ogni giorno, ma raramente abbiamo il tempo di fermarci e domandarci: chi racconta questa storia? Da quale prospettiva? Quali elementi vengono messi in primo piano e quali rimangono fuori? Appunti di Storia Proibita non deve necessariamente essere letto come un nuovo dogma da sostituire a quello precedente. Può essere letto, invece, come un invito a non smettere di interrogare il passato, confrontare le fonti e guardare oltre la prima risposta disponibile. Perché il pensiero critico nasce proprio così: non dal credere a tutto, ma nemmeno dal rifiutare tutto. Nasce dal coraggio di fare domande.
Andriana Art Poetry #Storia #AppuntiDiStoriaProibita #DiegoMarin #PensieroCritico #Storiografia #Libri #Cultura #Ricerca #StoriaAlternativa #AndrianaArtPoetry

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Felice di condividere una nuova partecipazione internazionale.
Sarò presente al progetto”Trofeo Star dell’Arte Montecarlo”Durante Art3F Monaco, dal 11 al 13 settembre 2026.
Un’altra tappa importante del mio percorso artistico.
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Ma la memoria non muore con lui Oggi, 27 agosto 2026, è morto Ratko Mladić, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Aveva 84 anni e stava scontando l’ergastolo dopo la condanna internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La sua morte rappresenta la fine biologica di un uomo, non la fine di una storia. Mladić rimarrà inevitabilmente legato soprattutto a Srebrenica, dove nel luglio del 1995 furono uccisi più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi. Rimarrà legato anche all’assedio di Sarajevo e a una guerra che lasciò dietro di sé città distrutte, famiglie spezzate, profughi e ferite ancora oggi presenti nei Balcani. Di fronte alla morte di una figura tanto controversa è facile ricadere nelle vecchie divisioni: serbi contro bosniaci, musulmani contro cristiani, vincitori contro sconfitti. Ma sarebbe ancora una volta un errore. I crimini hanno responsabili. Non hanno un’etnia da trasmettere ai figli. Nessun popolo dovrebbe essere dichiarato colpevole per ciò che hanno fatto comandanti, governi, eserciti o gruppi politici. Allo stesso modo, nessun crimine dovrebbe essere cancellato o ridimensionato per proteggere l’orgoglio nazionale. È proprio questo uno degli insegnamenti più difficili lasciati dalle guerre jugoslave: quando il nazionalismo convince gli uomini che la propria identità vale più della vita dell’altro, il vicino può trasformarsi rapidamente in nemico. E a pagare sono quasi sempre le persone comuni. Donne. Bambini. Famiglie. Persone che fino al giorno prima abitavano la stessa strada, frequentavano gli stessi mercati e condividevano la stessa terra. Mladić è morto, ma le vittime non possono diventare soltanto numeri nei libri di storia. Dietro ogni numero esisteva una persona, una casa, qualcuno che aspettava il suo ritorno. La giustizia internazionale ha pronunciato la propria sentenza e quella sentenza appartiene ormai alla storia. La condanna definitiva di Mladić non dovrebbe essere utilizzata per alimentare odio verso il popolo serbo, così come la memoria delle vittime non dovrebbe essere sacrificata sull’altare del nazionalismo o del revisionismo. Ricordare non significa vendicarsi. Ricordare significa impedire che qualcuno possa domani raccontare che non è successo nulla. I Balcani hanno conosciuto abbastanza confini tracciati con il sangue, abbastanza propagande e abbastanza uomini convinti di poter decidere chi avesse diritto di vivere su una determinata terra. Forse oggi la riflessione più importante non riguarda nemmeno Ratko Mladić. Riguarda noi. Riguarda quello che scegliamo di fare con la memoria. Possiamo usarla per continuare una guerra terminata trent’anni fa oppure possiamo trasformarla in uno strumento affinché nessuna nuova generazione debba vivere ciò che hanno vissuto Sarajevo, Srebrenica e tante altre città dei Balcani. Gli uomini muoiono. Le ideologie possono sopravvivere. Ed è per questo che la memoria deve essere più forte di entrambe. Andriana Art Poetry
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Negli ultimi mesi ho completato due specializzazioni online attraverso Coursera, realizzate da due università internazionali: Macquarie University e Arizona State University. La prima, Online Learning Design for Educators, mi ha permesso di approfondire il mondo della formazione digitale. Ho imparato a progettare percorsi di apprendimento online in modo più consapevole, a organizzare contenuti educativi, a utilizzare strumenti digitali per coinvolgere chi apprende e a comprendere quanto sia importante adattare l’insegnamento alle diverse esigenze delle persone. Non basta trasferire informazioni. Insegnare significa anche saper comunicare, costruire un percorso comprensibile, scegliere gli strumenti adeguati e creare uno spazio in cui chi studia possa sentirsi realmente coinvolto. La seconda specializzazione, Professional Skills: Strategic Thinking, dell’Arizona State University, mi ha portata invece a lavorare sul pensiero strategico. Questo percorso mi ha insegnato a osservare una situazione da più prospettive, distinguere ciò che è urgente da ciò che è veramente importante, valutare le conseguenze delle decisioni e non fermarmi alla prima soluzione disponibile. Ho approfondito anche capacità legate alla comunicazione, alla leadership, al pensiero critico e alla gestione del cambiamento. La parte che considero più importante è proprio questa: imparare a pensare prima di agire. Il pensiero strategico non serve soltanto nel lavoro o nella gestione di un progetto. Serve nella vita quotidiana. Significa imparare a vedere oltre il problema immediato, comprendere il contesto, valutare alternative e scegliere una direzione invece di reagire semplicemente agli eventi. Questi due percorsi, pur essendo diversi, per me si completano. Uno mi ha insegnato maggiormente come trasmettere conoscenza. L’altro mi ha aiutata a rafforzare come analizzare, decidere e costruire una strategia. E forse è proprio questo il senso della formazione continua: non accumulare semplicemente certificati, ma trasformare ciò che si studia in nuovi strumenti mentali. Ogni corso concluso dovrebbe lasciare qualcosa che rimane anche dopo l’ultima lezione. Nel mio caso rimangono soprattutto tre cose: una maggiore capacità di progettare, una maggiore attenzione alla comunicazione e un modo ancora più strutturato di affrontare problemi e decisioni. Perché studiare non significa soltanto sapere di più. Significa imparare a vedere meglio.

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Daughter of Albania: la storia studiata, la vita vissuta Ci sono libri che raccontano una nazione attraverso le date. E poi ci sono libri che raccontano una nazione attraverso la vita di chi quella storia l’ha portata dentro di sé. Daughter of Albania – The Story I Studied, the Life I Lived, di Andriana Ura, nasce proprio da questo incontro tra memoria personale, identità e storia albanese. Non vuole essere soltanto un libro sull’Albania. È il racconto di un legame. Quello tra una donna e la terra da cui proviene. Tra ciò che ha studiato e ciò che ha vissuto. Tra la storia scritta nei libri e quella che rimane nelle famiglie, nei ricordi, nelle partenze, nei silenzi e nelle scelte. Il sottotitolo, “The Story I Studied, the Life I Lived”, racchiude già il cuore dell’opera: la storia non viene osservata soltanto dall’esterno, ma attraversata attraverso un’esperienza personale. Perché conoscere il proprio Paese significa anche chiedersi: Che cosa abbiamo ereditato? Che cosa abbiamo perduto? Che cosa continuiamo a portare con noi anche quando viviamo lontano? Il libro attraversa temi come memoria, storia, identità, libertà e coraggio, mettendo al centro una voce femminile che guarda all’Albania senza separare il passato dal presente. La memoria diventa così qualcosa di vivo. Non nostalgia. Non idealizzazione. Ma uno strumento per capire chi siamo. Le radici, infatti, non dovrebbero impedirci di andare avanti. Dovrebbero aiutarci a capire da dove siamo partiti. E questo vale ancora di più per chi ha conosciuto l’emigrazione, il cambiamento, la distanza dalla propria terra e quella sensazione particolare di appartenere contemporaneamente a più luoghi senza smettere di riconoscere il primo. Daughter of Albania parla quindi anche di appartenenza. Di quella parte dell’identità che non entra in una carta geografica e che non scompare attraversando una frontiera. Una lingua. Una memoria. Una famiglia. Una storia. Un modo di guardare il mondo. Il messaggio che emerge dall’opera può essere racchiuso in una frase: non nasciamo soltanto da una terra; nasciamo anche dalla sua storia, dai suoi silenzi e dal coraggio che ci lascia in eredità. Ed è forse proprio questo il valore di un libro costruito tra autobiografia e memoria storica. Ricordare che dietro ogni grande evento ci sono sempre vite individuali. Persone che hanno visto cambiare un Paese. Persone che sono partite. Persone che sono rimaste. Persone che hanno dovuto ricostruire la propria identità lontano da casa. Perché la storia di una nazione non appartiene soltanto agli archivi. Appartiene anche alle persone che l’hanno vissuta. E quando una di quelle persone decide di raccontarla, la memoria privata può diventare testimonianza collettiva. Daughter of Albania è questo: la voce di una donna, la memoria di una terra e una storia consegnata alle generazioni che verranno. Perché conoscere le proprie radici non significa vivere rivolti all’indietro. Significa avere abbastanza memoria per scegliere con maggiore consapevolezza dove andare.

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Cronache del Dominio: il potere attraversa i secoli? Ci sono libri che raccontano gli eventi. E poi ci sono libri che cercano di capire chi muove gli eventi. Cronache del Dominio: Dagli Atlanti ai Rothschild, di Diego A. Marin, appartiene chiaramente a questa seconda categoria. L’opera si muove nel territorio della storia alternativa, della mitologia, dei simboli e delle interpretazioni non convenzionali del potere. Il suo percorso è volutamente ampio e provocatorio: parte da civiltà antiche e mitologiche, come Atlantide, per arrivare fino alle grandi dinastie finanziarie dell’età moderna. La domanda che attraversa tutto il libro è semplice, ma enorme: il potere cambia davvero, oppure cambia soltanto forma? Secondo l’impostazione dell’opera, dietro guerre, trasformazioni politiche, economie e strutture sociali potrebbe esistere una continuità molto più lunga di quanto normalmente immaginiamo. Il testo esplora infatti narrazioni nascoste, teorie di cospirazioni storiche e forme di potere transgenerazionale, interrogandosi su come il controllo economico, politico e culturale possa essersi trasformato nel corso dei secoli attraverso élite e gruppi dominanti. È importante però distinguere una cosa. Questo non significa che ogni collegamento proposto debba essere considerato automaticamente una verità storica dimostrata. Il valore di un libro di questo tipo sta soprattutto nella sua capacità di spingere il lettore a fare domande. Chi possiede il potere? Come si trasmette? Quanto contano denaro, simboli, religione, informazione e controllo culturale? E soprattutto: quanto di ciò che chiamiamo storia nasce dagli eventi e quanto, invece, dal modo in cui quegli eventi vengono raccontati? Cronache del Dominio unisce mitologia, storia occulta ed economia geopolitica proprio con l’obiettivo di mettere in discussione la narrazione storica ufficiale e invitare il lettore a interrogarsi sui cosiddetti “fili invisibili” che attraverserebbero epoche e sistemi di potere. Ed è qui che il libro può diventare interessante anche per chi non condivide necessariamente tutte le sue conclusioni. Perché mettere in discussione una narrazione non significa automaticamente sostituirla con un’altra. Significa imparare a confrontare fonti, distinguere fatti da interpretazioni e non consegnare il proprio pensiero a nessuno. Il potere più forte, infatti, non è sempre quello che vediamo. A volte è quello che riesce a convincerci che non esistano alternative al modo in cui ci viene spiegato il mondo. Per questo leggere opere controverse può avere un valore, purché si mantenga sempre uno sguardo critico. Non per credere a tutto. Ma nemmeno per rifiutare tutto prima ancora di averlo esaminato. Forse la domanda più utile che questo libro lascia non è: “Esiste davvero un dominio nascosto che attraversa i secoli?” La domanda più interessante potrebbe essere un’altra: “Quanto siamo consapevoli dei meccanismi attraverso cui il potere viene costruito, conservato e raccontato?” Perché conoscere non significa necessariamente trovare una verità definitiva. A volte significa semplicemente smettere di accettare risposte automatiche. E cominciare a guardare più attentamente.

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📚 Quattro libri, quattro viaggi diversi. Dalla scoperta dell’anima dell’Albania al rapporto con il tempo, dalla consapevolezza nelle relazioni fino alla poesia che lascia tracce. Journey into the Soul of Albania Nel Tribunale del Tempo Convivere con il Narcisismo Proibito Cancellare Ogni libro nasce da una domanda, da un’esperienza, da una riflessione diversa. ✨ Trovate tutto su Amazon cercando Andriana Ura.

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INFINITY 55 × 75 cm
Acrilico su tela, 2026
Andriana Ura – Andriana Art Poetry
Due forme si incontrano al centro e da quel punto nasce un movimento che sembra non avere fine. Le linee si aprono nello spazio come strade, possibilità, pensieri e direzioni diverse. Il turchese richiama l’acqua, il cielo, la profondità e quella sensazione di qualcosa che continua oltre ciò che riusciamo a vedere. Infinity parla di connessione, origine e continuità. Possiamo prendere strade diverse, allontanarci, cambiare direzione, ma esistono punti, legami ed energie che continuano a unirci. Perché alcune cose non finiscono davvero. Cambiano forma, si trasformano, ma continuano. Infinity.


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Historia e Skënderbeut: leggere il passato per capire il presente Historia e Skënderbeut, scritta dall’umanista albanese Marin Barleti, è una delle opere storiche e letterarie più importanti dedicate alla figura di Giorgio Castriota Scanderbeg, protagonista della resistenza contro l’Impero Ottomano nel XV secolo. Scritta originariamente in latino e successivamente tradotta in diverse lingue europee, l’opera contribuì in modo significativo alla diffusione della figura di Scanderbeg anche fuori dall’Albania, presentandolo come simbolo di resistenza e come “difensore della cristianità”. Il libro racconta battaglie, strategie militari, gesta eroiche e qualità umane di Scanderbeg, ma non è soltanto una cronaca di guerra. Nelle sue pagine entrano anche i valori tipici dell’Umanesimo: onore, coraggio, sacrificio e difesa della propria terra. Ed è proprio qui che il libro continua a parlare anche al presente. Perché conoscere la storia non significa vivere nel passato. Significa capire da dove arriviamo. Significa conoscere le scelte, i conflitti e i sacrifici che hanno contribuito a formare l’identità di un popolo. La frase che accompagna l’opera riassume perfettamente questo concetto: “Ata që lexojnë historinë kuptojnë më mirë të tashmen.” Coloro che leggono la storia comprendono meglio il presente. Una frase semplice, ma profondissima. Un popolo che conosce la propria storia non deve usarla per alimentare odio verso gli altri. Deve usarla per riconoscere i propri errori, proteggere la propria memoria e comprendere meglio il mondo in cui vive. Perché la storia non dovrebbe insegnarci soltanto chi ha combattuto contro chi. Dovrebbe insegnarci anche quanto costa la libertà, quanto facilmente si perde e quanta responsabilità richiede conservarla. Historia e Skënderbeut resta quindi non soltanto un racconto dedicato a un uomo, ma anche un’opera legata alla memoria culturale e all’identità nazionale albanese. E forse il suo messaggio più attuale è proprio questo: la storia non serve per rimanere prigionieri del passato. Serve per evitare di entrare nel futuro senza memoria.

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Andriana Ura
2026
Acrilico su tela
60 × 80 cm
Origine nasce dall’idea di un centro comune da cui tutto prende forma. Le linee si aprono nello spazio come direzioni, percorsi, identità e confini differenti, ma riconducono tutte a uno stesso punto iniziale. Il blu profondo suggerisce materia, memoria e profondità, mentre l’oro introduce luce, energia e trasformazione. Il contrasto tra i due colori crea un movimento continuo tra espansione e ritorno, distanza e appartenenza. L’opera riflette sull’essere umano e sulle sue differenze: possiamo avere storie, culture, colori e direzioni diverse, ma l’origine resta un punto condiviso. Origine è quindi un invito a guardare oltre le divisioni e a ricordare ciò che, prima di ogni confine, ci accomuna.
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365 Pensieri Filosofici: quando la filosofia entra nella vita quotidiana Ci sono libri che si leggono dall’inizio alla fine. E poi ci sono libri che possono essere aperti ogni giorno, quasi come se ogni pagina aspettasse il momento giusto per incontrare il lettore. 365 Pensieri Filosofici: Le più belle riflessioni, pensieri e citazioni della storia della filosofia, di Antonio Pavesi, nasce proprio con questa idea: accompagnare una persona durante un intero anno attraverso il pensiero dei grandi filosofi della storia. Non è presentato come un manuale universitario e neppure come una ricostruzione completa della storia della filosofia. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, forse più vicino alla vita quotidiana. Ogni giorno offre una massima, un pensiero o una riflessione capace di fermare per qualche minuto quella corsa continua in cui spesso viviamo. Il volume attraversa epoche e tradizioni differenti e comprende pensatori come Marco Aurelio, Arthur Schopenhauer, Baruch Spinoza e Confucio, insieme ad altre figure che hanno contribuito alla formazione del pensiero umano. La filosofia, in questo caso, non viene proposta come qualcosa da studiare soltanto sui libri. Diventa una domanda. Un dubbio. Una frase che magari leggiamo al mattino e che continua a seguirci durante la giornata. Perché molte delle domande che tormentavano gli uomini migliaia di anni fa sono ancora le nostre: Chi siamo? Che cosa significa vivere bene? Quanto dipende da noi ciò che accade? Come affrontiamo la sofferenza? Che cosa significa essere veramente liberi? Ed è proprio questo il fascino della filosofia: cambiano i secoli, cambiano le società, cambiano le tecnologie, ma alcune domande restano sorprendentemente identiche. Nel riassunto dell’opera compare anche una frase particolarmente significativa: “L’uomo non può trasformarsi senza sofferenza, poiché è al tempo stesso lo scultore e il marmo.” È un’immagine potente. Essere contemporaneamente lo scultore e il marmo significa riconoscere che una parte della nostra trasformazione dipende dal modo in cui lavoriamo su noi stessi. Non possiamo scegliere tutto ciò che la vita ci mette davanti. Possiamo però scegliere cosa farne. Ed è forse qui che questo tipo di libro trova la sua funzione più interessante. Non darci risposte già confezionate, ma costringerci ogni tanto a fermarci. A osservare. A pensare. A mettere in discussione quelle convinzioni che ripetiamo da anni senza ricordare nemmeno più perché le abbiamo adottate. L’obiettivo dichiarato dell’opera è infatti offrire strumenti per riflessione quotidiana, introspezione e crescita personale, avvicinando la filosofia alle difficoltà concrete della vita moderna e favorendo una maggiore consapevolezza di sé e del mondo circostante. Ed è probabilmente questo il punto più importante. Oggi abbiamo una quantità enorme di informazioni, ma informazione e saggezza non sono la stessa cosa. Possiamo sapere tutto ciò che accade dall’altra parte del mondo in pochi secondi e, contemporaneamente, non sapere più cosa accade dentro di noi. Possiamo comunicare continuamente e non avere mai un momento di vero silenzio. Possiamo avere migliaia di risposte a disposizione e continuare a non conoscere la domanda giusta. Per questo tornare alla filosofia non significa necessariamente tornare al passato. Può significare esattamente il contrario: imparare a vivere il presente con maggiore coscienza. Forse non abbiamo bisogno di diventare filosofi. Abbiamo bisogno, ogni tanto, di ricordarci di pensare. Perché una frase può non cambiare il mondo. Ma può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. E a volte è proprio da lì che comincia tutto.

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Shardana: quando la storia del Mediterraneo torna a essere una domanda Ci sono libri che raccontano la storia e libri che, invece, costringono il lettore a interrogarsi su quanto della storia conosciuta sia ancora aperto all’interpretazione. Shardana. Ariani, Ebrei e Popoli del Mare, di Diego Marin, appartiene a questa seconda categoria. Al centro dell’opera troviamo uno dei grandi enigmi del Mediterraneo antico: chi erano veramente i Popoli del Mare? Da dove arrivavano? E quali legami potevano esistere tra popolazioni che oggi siamo abituati a studiare separatamente? Marin affronta l’identità, le origini e le migrazioni di queste antiche popolazioni, descritte nelle fonti egizie come guerrieri provenienti dal nord e dalle isole e protagonisti dei grandi sconvolgimenti che interessarono il Mediterraneo orientale e il Vicino Oriente nella tarda Età del Bronzo. Ma il libro non si limita alla semplice ricostruzione degli eventi. L’autore mette in relazione Ariani, Ebrei e Shardana, questi ultimi frequentemente associati alla Sardegna nuragica, cercando tracce comuni attraverso miti, linguaggi, tradizioni religiose e strutture sociali. Il metodo adottato è volutamente multidisciplinare e conduce il lettore fuori dai confini della storiografia accademica tradizionale. Ed è proprio qui che il libro diventa interessante. Non perché il lettore debba necessariamente accettare ogni ipotesi proposta, ma perché viene invitato a rimettere in movimento la storia. Quello che normalmente definiamo invasione potrebbe essere stato anche migrazione. Quello che leggiamo come guerra potrebbe essere stato il risultato di trasformazioni molto più grandi. Popolazioni intere potrebbero essersi spostate non semplicemente per conquistare nuovi territori, ma spinte da eventi epocali, cambiamenti politici, crisi ambientali e trasformazioni culturali e spirituali. È una delle chiavi interpretative centrali proposte dall’opera. E allora nasce una domanda più ampia. Quanto siamo realmente separati dai popoli che ci hanno preceduto? Il Mediterraneo che oggi dividiamo attraverso confini, nazionalità, religioni e identità potrebbe essere stato, per millenni, uno spazio attraversato continuamente da uomini, lingue, simboli, commerci, guerre e migrazioni. Forse molte delle identità che oggi consideriamo immobili sono, in realtà, il risultato di incontri antichissimi. Ed è precisamente questa possibilità a rendere affascinante un libro come Shardana: costringe a guardare la storia non come una sequenza di popoli rinchiusi ciascuno dentro il proprio territorio, ma come una grande rete di contaminazioni. La prefazione di Syusy Blady, viaggiatrice, autrice e conduttrice da tempo interessata ai misteri archeologici e alle civiltà antiche, introduce il lettore in questo percorso di ricerca e scoperta. Il libro si rivolge soprattutto a chi ama l’archeologia misteriosa, la storia alternativa e la mitografia, e a chi è disposto ad attraversare anche interpretazioni diverse da quelle della narrazione storica più consolidata. Ma forse il valore più interessante di questo tipo di lettura sta altrove. Sta nel ricordarci che la storia non dovrebbe servire soltanto a stabilire chi è arrivato prima. Dovrebbe aiutarci a capire quanto, nel corso dei millenni, gli esseri umani si siano incontrati, scontrati, mescolati e trasformati. Perché quando si scava abbastanza profondamente nelle radici del Mediterraneo, le linee che oggi sembrano dividerci diventano molto meno nette. E forse proprio lì comincia la parte più affascinante della storia: quando smettiamo di cercare soltanto a chi apparteneva la terra e iniziamo a chiederci quante civiltà siano passate attraverso quella stessa terra lasciando qualcosa di sé.

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Pjetër Bogdani e Shqipnia e kohës së tij – storia di un uomo e di un’Albania sotto pressione Il libro Pjetër Bogdani e Shqipnia e kohës së tij, di Luigj Marlekaj, è una vasta opera storica dedicata a Pjetër Bogdani e all’Albania del Seicento. Non è soltanto una biografia: ricostruisce il contesto politico, religioso, culturale e sociale nel quale Bogdani visse e operò. La prima edizione italiana, Pietro Bogdani e l’Albania del suo tempo, uscì nel 1989; una successiva edizione albanese fu pubblicata a Shkodër nel 2008. Le fonti bibliografiche indicano che l’opera comprende anche la riproduzione fotografica di 132 documenti, elemento che la rende particolarmente importante come lavoro di ricerca storica. Chi era Pjetër Bogdani Pjetër Bogdani fu una delle figure più importanti della cultura albanese del XVII secolo: uomo di Chiesa, intellettuale, scrittore e protagonista di un’epoca in cui i territori albanesi vivevano sotto dominio ottomano. Marlekaj non racconta Bogdani isolandolo dal suo tempo. Al contrario, utilizza la sua vita per ricostruire un’intera epoca: le condizioni della popolazione, l’attività della Chiesa cattolica, le pressioni politiche e religiose, i rapporti con Roma e le tensioni presenti nei territori albanesi. Il lavoro di Marlekaj si basa anche su documentazione proveniente dagli archivi della Propaganda Fide di Roma, dalla quale emergono informazioni sulla vita di Bogdani e sulla realtà albanese del suo tempo. Un’Albania raccontata attraverso i documenti Uno degli aspetti più preziosi del libro è proprio la descrizione dell’Albania del Seicento. Attraverso relazioni e documenti dell’epoca emergono informazioni sui villaggi, sulle condizioni economiche e sociali della popolazione, sulle rivolte delle zone montane, sulle pressioni esercitate sul clero cristiano e sulle difficoltà vissute dalle comunità locali sotto l’amministrazione ottomana. Questo significa che il libro non parla soltanto di una personalità storica. Parla anche di come vivevano gli albanesi, dei rapporti tra autorità locali e popolazione, della religione, delle trasformazioni sociali e delle resistenze che attraversavano il paese. Cultura, lingua e identità Bogdani occupa inoltre un posto fondamentale nella storia della letteratura albanese. Il suo nome è legato a Cuneus Prophetarum — Çeta e Profetëve — una delle opere più importanti della tradizione letteraria albanese antica. Il lavoro di Marlekaj cerca quindi di restituire Bogdani non soltanto come ecclesiastico, ma anche come intellettuale e uomo di cultura, inserendolo nel lungo percorso della lingua e dell’identità albanese. Una ricerca durata circa venticinque anni C’è un dettaglio che fa capire il peso di quest’opera: Marlekaj dedicò circa venticinque anni di studio alla vita e all’opera di Bogdani. Vatican News descrive questo lavoro come uno degli studi più importanti dedicati alla sua figura, sottolineando l’utilizzo di materiali d’archivio che per molto tempo erano stati difficilmente accessibili agli studiosi albanesi. Per questo non siamo davanti a un semplice libro divulgativo. È una ricerca storica ampia, costruita attraverso documenti, testimonianze e fonti archivistiche. Perché vale la pena leggerlo oggi Il valore del libro sta soprattutto nel fatto che permette di guardare l’Albania del Seicento dall’interno. Attraverso Bogdani si incontrano questioni che ancora oggi fanno parte della memoria dei Balcani: identità, religione, dominio imperiale, lingua, territorio, resistenza e rapporti con le grandi potenze. E leggendo queste pagine diventa evidente una cosa: la storia dell’Albania non comincia con la nascita dello Stato moderno. Molto prima esistevano comunità, intellettuali, reti politiche e religiose, conflitti e uomini che cercavano di difendere la propria cultura all’interno di equilibri molto più grandi di loro. Per questo Pjetër Bogdani e Shqipnia e kohës së tij non racconta soltanto un uomo. Racconta un pezzo di Albania attraverso gli occhi, i documenti e le battaglie di una delle figure più importanti della sua storia culturale. E forse il messaggio più attuale che possiamo ricavare da un libro del genere è semplice: chi conosce la propria storia non ha bisogno di inventarsi un’identità. Deve soltanto imparare a leggerla.

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Mi sono svegliata con la sensazione che fosse successo qualcosa. Non qualcosa di grave. Non qualcosa di bello. Qualcosa. E naturalmente non ricordo niente. So solo che, da qualche parte, nella notte, il mio cervello ha messo in scena un’intera produzione: personaggi, svolte narrative, probabilmente traumi irrisolti, magari una comparsa inutile con la faccia di qualcuno che non vedo dal 2014. Tutto molto intenso. Tutto molto simbolico. Poi mi sono svegliata. Sipario. Archivio cancellato. E adesso sono qui, con questa nebbia mentale da stazione ferroviaria alle sei del mattino, in cui so che dovrei avere dei pensieri, ma li vedo passare in lontananza senza riuscire a leggere la destinazione. C’è qualcosa dietro. Lo sento. Un’idea? Un ricordo? Una frase importantissima che avrebbe finalmente spiegato chi sono e cosa voglio dalla vita? Boh. Persa. Probabilmente insieme alle password che ero sicura di ricordare e alle ragioni per cui entro in una stanza. La cosa affascinante della nebbia mentale è che non è silenzio. Magari. È più come avere cinquanta persone che parlano contemporaneamente dietro una porta chiusa. Non capisci una parola, però ti stanchi lo stesso. E allora rimango qui, sospesa tra il sonno e la necessità sociale di diventare una persona funzionante. Prima o poi la nebbia si alzerà. Credo. Nel frattempo, se qualcuno mi chiede cosa sto pensando, la risposta ufficiale è: non lo so. Ma sicuramente era interessantissimo.
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Ali Pasha, il Leone di Giannina – tra storia, potere e leggenda Ali Pasha, Lion of Ioannina: The Remarkable Life of the Balkan Napoleon, di Eugenia Russell e Quentin Russell, racconta una delle figure più complesse e controverse della storia dei Balcani tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. L’edizione originale ricostruisce la vita di Ali Pasha Tepelena, passato da capo locale a protagonista degli equilibri politici dell’Impero ottomano e dell’Europa napoleonica. Ali Pasha riuscì a sfruttare la debolezza interna dell’Impero ottomano per costruire, attorno a Giannina, un territorio governato con un’autonomia sempre maggiore, esteso su parti dell’attuale Albania e della Grecia occidentale. Non arrivò mai a creare formalmente uno Stato indipendente, ma il suo potere divenne così forte da obbligare persino le grandi potenze europee a tenerne conto. Il libro segue la sua ascesa, la costruzione del suo potere militare e politico e i rapporti con il sultano ottomano. Ma racconta anche l’altro volto di Ali Pasha: un governante capace di estrema durezza, repressione e violenza. Gli autori non ne costruiscono quindi semplicemente il ritratto di un eroe. Presentano un personaggio contraddittorio, capace allo stesso tempo di esercitare un dominio brutale e di diventare uno degli uomini più influenti della regione. Uno degli aspetti più interessanti è il rapporto con l’Europa. Durante le guerre napoleoniche, Francia, Gran Bretagna e Russia cercarono il suo appoggio, perché il territorio controllato da Ali Pasha occupava una posizione strategica nel Mediterraneo orientale e nei Balcani. Da qui nasce anche il soprannome di “Napoleone dei Balcani”. La corte di Giannina divenne inoltre un luogo conosciuto dai viaggiatori occidentali. Tra coloro che contribuirono alla sua fama europea vi fu anche Lord Byron. Ali Pasha finì così per trasformarsi non soltanto in una figura politica, ma anche in un personaggio letterario e romantico, raccontato e reinterpretato da scrittori e artisti europei. Il libro arriva poi alla fase della caduta. L’autonomia raggiunta da Ali era diventata troppo grande per essere tollerata dal potere centrale ottomano. Lo scontro con il sultano portò alla sua definitiva sconfitta e alla morte violenta. Secondo la ricostruzione degli autori, la crisi provocata dal suo conflitto con Costantinopoli contribuì anche a indebolire ulteriormente l’autorità ottomana nella regione negli anni che precedettero la Guerra d’indipendenza greca. Ma forse il punto più interessante del libro è proprio la domanda che rimane dopo la sua morte: chi fu davvero Ali Pasha? Un tiranno? Un uomo che cercò di costruire un proprio potere nei Balcani? Un politico capace di usare le rivalità tra gli imperi? Un precursore delle successive aspirazioni nazionali? Oppure tutte queste cose contemporaneamente? È proprio questa ambiguità a renderlo ancora oggi una figura affascinante. La storia di Ali Pasha dimostra inoltre qualcosa che nei Balcani ritorna continuamente: i confini e gli equilibri che oggi sembrano naturali sono il risultato di secoli di guerre, alleanze, imperi e interessi internazionali. Studiare personaggi come Ali Pasha significa quindi andare oltre la leggenda e comprendere meglio un territorio nel quale Albania, Epiro, Grecia, Impero ottomano e grandi potenze europee si sono incontrati, combattuti e influenzati reciprocamente. Perché conoscere la storia non significa vivere nel passato. Significa avere più strumenti per capire il presente.

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Il continente che non riesce a stare tranquillo Siamo probabilmente il continente più problematico della Terra. Per secoli abbiamo attraversato mari, disegnato confini, occupato territori, esportato monarchie, eserciti, religioni, ideologie e modelli politici. Abbiamo spiegato agli altri come dovevano vivere, commerciare, pregare, governarsi e perfino chiamarsi. Poi, quando finalmente sembrava arrivato il momento di stare un po’ tranquilli, abbiamo pensato bene di continuare a litigare tra di noi. Perché evidentemente la pace, in Europa, ci annoia. Abbiamo inventato confini e poi combattuto per spostarli. Abbiamo costruito imperi e poi combattuto per distruggerli. Abbiamo creato nazionalismi e poi ci siamo stupiti quando hanno prodotto guerre. Abbiamo diviso popoli e territori e, qualche generazione dopo, ci siamo presentati come mediatori per risolvere i problemi che quelle divisioni avevano contribuito a creare. Una capacità organizzativa notevole, bisogna riconoscerlo. Oggi parliamo continuamente di stabilità, sicurezza, valori e convivenza. Ma basta guardare la nostra storia per capire che forse, prima di impartire lezioni al resto del pianeta, dovremmo iscriverci noi stessi a un corso intensivo di convivenza. Abbiamo esportato problemi dappertutto e siamo riusciti perfino nell’impresa più difficile: crearne continuamente all’interno del nostro stesso continente. Forse il vero progresso europeo inizierà quando smetteremo di domandarci chi è superiore, chi è arrivato prima, quale popolo possiede più storia e quale confine sia più sacro. Perché la Terra esisteva molto prima delle nostre bandiere. E probabilmente continuerà a esistere anche quando avrà dimenticato tutti i nomi che noi abbiamo scritto sulle mappe. Andriana Ura

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La Terra che abbiamo diviso
50×70 cm Acrilico su tela 2026
In quest’opera, il cerchio dorato al centro rappresenta la Terra come origine comune e casa condivisa. Le linee che la attraversano evocano l’intervento umano, i confini e le divisioni imposte dalle nostre idee di appartenenza e possesso. La base blu-verde richiama invece la materia viva e originaria del mondo, libera e indivisa. L’opera è una riflessione visiva su come l’uomo abbia frammentato ciò che, in natura, apparteneva a tutti.


