Negli ultimi anni, nel dibattito sociale e mediatico, si è consolidato a una narrazione sottile ma persistente: il valore di una donna sembra spesso passare dall’immagine che offre di sé. Tacchi alti come simbolo di sicurezza, trucco come segno di cura e ambizione, estetica come misura implicita di autorevolezza. Allo stesso tempo, scegli la semplicità-scarpe comode, volto naturale, senza di artifici-viene talvolta percepita come meno determinata, meno professionale, meno”presente”. Una distinzione che raramente viene dichiarata apertamente, Maria continua a operare nei giudizi quotidiani, nei contesti lavorativi, nei rapporti sociali.

Eppure, i tagli non sono una dichiarazione universale di forza, così come il trucco non è una prova di valore.

Sono scelto, non parametri oggettivi.

Ci sono donne che indossano i tacchi per sentirsi più centrali, più sicure, più in sintonia con il proprio corpo. Altre che li evitano per rispetto di sé, per libertà di movimento, che necessità o semplicemente per preferenza. Allo stesso modo, il trucco può essere espressione, gioco, linguaggio personale-oppure una pratica che non appartiene a tutte, e non per questo meno legittima.

Il problema nasce quando queste scelte individuali vengono trasformate in etichette. Quando l’apparenza smette di essere un’espressione libera e diventa un criterio di valutazione. Quando il corpo femminile viene eletto più per ciò che mostra che per ciò che sostiene, attraversa, costruisce.

In una società che parla spesso di emancipazione, Ma che continua a misurare le donne attraverso codici estetici non dichiarati, diventa necessario fermarsi e osservare. Non per stabilire chi abbia ragione, ma per riconoscere un meccanismo culturale ancora attivo.

Il valore femminile non risiede nell’altezza di un tacco né nella presenza di un mascara.

Risiede nella consapevolezza, nella capacità di scegliere senza dover giustificare, nel diritto di esistere senza essere continuamente interpretate.

Riconoscere questo non significa negare l’estetica, ma restituirle il suo posto: una possibilità, non un obbligo.

Andriana Ura

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