Sveglia, questa non è l’Italia: la verità che chi giudica da lontano ignora Parlare di ciò che accade in Albania seduti comodamente dietro uno schermo, magari sorseggiando un caffè in un Paese europeo democratico, è un esercizio di vuota ipocrisia. Commentare le tensioni di piazza scrivendo «poveri poliziotti che devono subire» dimostra una totale estraneità alla realtà dei fatti. Questa non è l’Italia. La comodità di chi parla senza sapere Chi si permette di pontificare sui social, invocando automaticamente compassione per le forze dell’ordine, dimostra di non avere la minima idea di cosa significhi vivere sotto un sistema profondamente corrotto. Pretendere di applicare categorie di giudizio occidentali a un contesto segnato da dinamiche di potere clientelari, abusi e oppressione significa insultare il vissuto di un intero popolo. Non si può giudicare l’Albania osservandola da lontano, come se fosse una realtà identica a quella italiana o a quella di altri Paesi europei. Per capire la rabbia delle persone bisogna conoscere ciò che hanno vissuto, ciò che hanno perduto e ciò che continuano a subire. La mano pesante e l’illusione della “povera divisa” Gli eventi recenti parlano chiaro: la polizia ha alzato le mani sui cittadini. Di fronte a manifestazioni nate dalla disperazione, dal degrado sistemico e dall’arroganza del potere, chi indossa una divisa ha il dovere di proteggere, non di terrorizzare. Non basta dire che gli agenti eseguono ordini. L’obbedienza non cancella la responsabilità personale, soprattutto quando a essere colpite sono persone inermi, madri, bambini o cittadini vulnerabili. Non si può trasformare automaticamente chi indossa una divisa in una vittima, ignorando completamente le azioni compiute contro la popolazione. Quando la forza viene usata per difendere il potere invece che i cittadini, quella divisa perde il suo significato più nobile. L’esilio silenzioso dei veri onesti Chi sceglie l’onestà e la giustizia in Albania spesso non trova protezione. I veri onesti hanno già dovuto lasciare la propria terra in silenzio, dispersi in Europa a svolgere lavori umili, dimenticati da tutti. Sono partiti perché non potevano più vivere sotto un sistema che proteggeva gli interessi dei potenti e lasciava senza voce chi cercava soltanto dignità e giustizia. Mentre alcuni restavano a servire il potere, altri erano costretti all’esilio. Mentre alcuni indossavano una divisa protetta dal sistema, altri perdevano la casa, la terra, il lavoro e il futuro. Quando il potere colpisce i più vulnerabili Non possiamo tacere quando vengono colpiti bambini e ragazzi con particolarità come l’autismo. Quanto accaduto in Albania, dove un ragazzo autistico e sua madre sarebbero stati traumatizzati durante un intervento della polizia, non può essere trattato come un episodio qualunque. Chi rappresenta lo Stato ha il dovere di proteggere le persone più vulnerabili, non di terrorizzarle. Un ragazzo autistico può reagire in modo diverso alla paura, alle urla, al rumore, alla confusione e al contatto fisico. Questo dovrebbe essere conosciuto da chi indossa una divisa. La mancanza di preparazione non può diventare una giustificazione per la violenza, l’umiliazione o l’abuso di potere. Quando la forza pubblica non riconosce la vulnerabilità di una persona, non dimostra autorità. Dimostra impreparazione. Dimostra mancanza di umanità. Dimostra il fallimento morale di un sistema che avrebbe il dovere di proteggere proprio chi possiede meno strumenti per difendersi. Bugie, media manipolati e verità soffocata Ciò che oggi sconvolge ancora di più è vedere comparire nei media versioni contraddittorie, giustificazioni e dichiarazioni che sembrano voler nascondere o deformare quanto accaduto. Bugie dopo bugie. Quando l’informazione viene controllata, quando i fatti vengono manipolati e quando i media smettono di fare domande per limitarsi a ripetere la versione del potere, non siamo più davanti soltanto a un problema politico. Siamo davanti a un pericolo per tutta la società. Manipolare l’informazione significa manipolare la memoria collettiva. Significa confondere le persone fino a farle dubitare perfino di ciò che hanno visto. Significa trasformare la vittima in colpevole e il responsabile in vittima. Io sono profondamente scioccata. E l’Europa che cosa sta facendo? Dov’è l’Europa che parla ogni giorno di diritti umani, tutela dei minori, inclusione e protezione delle persone con disabilità? Dov’è l’Europa quando i diritti diventano scomodi da difendere? I diritti non possono esistere soltanto nei discorsi ufficiali, nei convegni, nei trattati o nei documenti firmati. Devono essere difesi soprattutto quando vengono calpestati. Il silenzio europeo davanti a fatti tanto gravi rischia di trasformarsi in complicità politica. Non basta osservare da lontano. Servono attenzione, verifiche indipendenti, responsabilità e una presa di posizione chiara. Oltre la superficie: le cause di una rabbia profonda La situazione non sta degenerando per caso o per il capriccio di pochi. Le cause sono radicate in ingiustizie profonde, speculazioni, svendite del territorio, impunità e perdita di fiducia nelle istituzioni. La protesta non nasce dal nulla. Nasce da anni di soprusi, silenzi, promesse mancate e umiliazioni. Prima di digitare sentenze indulgenti verso chi reprime con la forza, bisognerebbe fare i conti con la realtà di chi in piazza mette la faccia, la pelle e la dignità contro i manganelli di uno Stato che non ascolta. Una società si giudica da come tratta chi ha meno strumenti per difendersi. Quando lo Stato traumatizza un ragazzo vulnerabile e sua madre, e poi cerca di controllare il racconto pubblico, non sta dimostrando autorità. Sta mostrando il proprio fallimento. Fin dove vogliamo arrivare con questa sporca politica? Su quanto accaduto servono verità, indagini indipendenti, responsabilità e giustizia. Perché i bambini non si toccano. Le persone con autismo non si maltrattano. E la verità non si manipola. — Andriana Ura

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