Essere un artista o uno scrittore non significa fare soldi a palate. Non significa vivere sospesi in una dimensione eterea, lontana dalla fatica quotidiana. Questa è una narrazione comoda, spesso costruita da chi osserva l’arte da fuori.

La realtà è più sobria, più dura, ma anche più vera.

L’artista autentico lavora. Lavora per vivere, per pagare il tempo, le bollette, il pane. E crea per non smarrire se stesso.

L’arte non è sempre un mestiere che nutre il corpo; è, prima di tutto, ciò che nutre la coscienza. È una necessità interiore, non una strategia economica. Confondere le due cose significa tradire entrambe.

Viviamo in un’epoca che misura il valore in termini di profitto immediato. In questo contesto, l’arte appare fragile, improduttiva, talvolta inutile. Ma proprio per questo è essenziale. Perché l’arte non serva a produrre, serve a resistere.

Resistere alle riduzione dell’essere umano a funzione. Resiste all’idea che il tempo valga solo se monetizzabile. Registra il silenzio interiore che nasce quando tutto diventa consumo.

Chi crea mentre lavora non è meno artista. È, semmai, più radicato nella verità. Perché conosce il peso della realtà e sceglie comunque di non rinunciare allo sguardo poetico. L’errore più grande è credere che l’arte debba mantenere Chi la produce per essere legittima. L’arte non è una garanzia economica. È una responsabilità etica verso ciò che sentiamo, pensiamo, ricordiamo.

E forse il vero atto artistico, oggi, è proprio questo: continuò a creare senza l’illusione del guadagno, senza l’applauso garantito, senza la promessa di riconoscimento. Creare perché tacere sarebbe una resa. In un mondo che chiede risultati, l’artista risponde con significato. E questo, anche se non paga sempre, vale.

Andriana Ura

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