Io sono un artista, una scrittrice.

Ma questo non significa che io vivo fuori dal mondo reale, ne che l’arte mi abbia mai garantito sicurezza economica.

Lavoro.

Come lavorano in tanti. Perché non si vive di poesia, e non sempre si vive di libri. Si vive di responsabilità, di concretezza, le giornate che chiedono presenza anche quando l’anima vorrebbe resta altrove.

Eppure creo.

Creo non perché renda, ma perché senza creare mi spegnerei. L’arte, per me , non è un lusso né una cosa: un linguaggio necessario per restare integro in un mondo che spesso semplifica,banalizza. C’è un equivoco diffuso: si pensa che chi è artista debba essere mantenuto dall’arte, altrimenti non lo è davvero. Ma questa è una visione superficiale, quasi offensiva. Come se il lavoro di ciò che nasce dall’anima dipendesse dal mercato.

Io non ho mai confuso l’arte con l’illusione. So che l’arte non paga sempre, e so che anche la dignità non si misura in guadagni. Si misura nella coerenza tra ciò che senti e ciò che scegli di fare.

Lavorare non mi rende meno artista. Mi rende più consapevole. Più ancorata alla vita vera, a quella fatta di limiti, orari, stanchezza, ma anche di umanità concreta.

Scrivo e creo perché il mio modo di attraversare il mondo, non di fuggire. Non c’è con la mitologia dell’artista maledetto né quella dell’artista privilegiato. Cerco una terza via: quella di chi vive pienamente è, nonostante tutto, continua a dare forma al senso.

In un tempo che chiede risultati rapidi, io scelgo profondità. In un tempo che valuta le persone per ciò che producono, io rivendico il diritto di valere per ciò che sono. E se l’arte non mi ha reso ricca di denaro, mi ha reso ricca di sguardo.

Di memoria.

Di verità.

Questo,per me , basta per continuare.

Andriana Ura

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