Sono nata nel 1985, quando un intero sistema respirava i suoi ultimi giorni, ma nei documenti porto il 1984, perché in Albania, allora, l’anno non era soltanto un numero. Era una porta. Le molte famiglie cercavano di aprirla un po’ prima, per dare ai figli un passo in più, un futuro forse meno stretto. Così anche la mia età fu “anticipata”, non per inganno, ma per amore, per necessità, per adattamento alle regole rigide di un mondo che non lasciava molto spazio alla scelta.

Il paese in cui sono venuto al mondo era chiuso come una fortezza. L’aria sapeva di disciplinata attesa, di parole misurate, di sogni che si custodivano nel silenzio. Le case erano piccole, ma le famiglie grandi di cuore; le strade erano povere, ma gli occhi della gente piena di dignità. l’Albania del 1985 era sospesa tra un passato che non voleva morire è un futuro che non riusciva ancora a nascere.

Quando ho aperto gli occhi, il regime aveva già iniziato a scricchiolare. L’uomo che aveva governato il paese per 40 anni stava lasciando il palcoscenico, e nessuno sapeva cosa sarebbe venuto dopo. Il mondo di allora era fatto di file, sacrifici, blackout, ma anche di una forza silenziosa che ti entrava nelle ossa e che, senza volerlo, ci preparava alla vita.

Porto dentro di me quel tempo. Porto la luce fioca delle sere senza elettricità, le risate rubate tra i cortili, il profumo del pane semplice, le voci basse dei grandi quando parlavano di politica, la nostalgia dei nonni, la speranza cucita dentro i gesti delle madri. E porto anche quel doppio anno-1985 nel cuore, 1984 i documenti-come un segno della mia storia: una bambina nata nel mese di un confine, tra la fine di un mondo è l’inizio di un altro.

Forse è per questo che oggi scrivo, dipingo, sogno. Perché sono nata in un tempo che cambiava, il cambiamento è rimasto dentro di me. Sono figlia dell’Est, ma appartengo al silenzio, alla luce, e a tutte le volte in cui la vita mi ha chiesto di rinascere.

Andriana Ura

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