Ogni essere umano, almeno una volta nella vita, si scopre attore. Non per ambizione, non per narcisismo, ma per sopravvivenza. Il teatro non nasce sempre dal desiderio di apparire: spesso nasce dal bisogno di non scomparire. L’individuo impara presto che la verità non sempre protegge; e li indossa come si indossa un’armatura.

Il” comportamento teatrale “diventa allora una tecnologia di vita, una tecnica di adattamento che permette di attraversare luoghi ostili senza sacrificare del tutto ciò che siamo. È una strategia antica quanto la Spezie: l’essere umano sopravvive perché sa trasformarsi, sa modulare le emozioni, sai intuire il linguaggio del mondo esterno e mimarne i codici senza dissolversi.

Non è falsità: e’ l’intelligenza in forma drammatica.

Tuttavia ogni maschera, anche la più sottile, produce un’ombra interna: il peso del non detto, la fatica della coerenza apparente. Più l’individuo cresce, più sente il conflitto tra ciò che mostra e ciò che prova. Ed è proprio in questa frattura che nasce la domanda:”Perché devo ancora recitare? Chi sto proteggendo?”

Quando la persona formula questo interrogativo, non sta giudicando il proprio passato: sta annunciando un passaggio evolutivo. Il teatro smette di essere una necessità e diventa una scelta. La sopravvivenza cede il posto alla presenza. La maschera scivola e sotto non troviamo il vuoto, ma il volto che abbiamo custodito per anni. Il vero coraggio non ne non aver mai recitato. Il vero coraggio è sapere quando possiamo finalmente permetterci di non farlo più.

Andriana Ura

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