(Riflessione filosofica di Andriana Ura)
Viviamo in un’epoca in cui molti si illudono di essere”qualcuno”perché possiedono oggetti, conti, proprietà. È un inganno sottile, raffinato, quasi invisibile: l’idea che l’identità possa essere misurata in ciò che si accumula.
Ma il sistema non vede persone.
Non vede anime.
Non vede percorsi interiori.
Per il sistema siamo numeri, funzioni, categorie. Uno in più da registrare, da gestire, da incasellare. È la verità crudele è che non fa differenza se quel numero appartiene a chi ha molto o a chi non ha niente. Il povero è ignorato, non rappresenta un investimento. Il ricco è osservato, spremuto, perché rappresenta una fonte. Ma entrambi, Nella logica impersonale del sistema, rimangono nessuno.
L’inganno più grande è credere che il possesso liberi. Più accumuli più ti incateni. In realtà, più possiedi, più diventi posseduto. Più ti identifichi con ciò che hai, più perdi ciò che sei. Il futuro non appartiene a chi ostenta. Non appartiene a chi conta è proprio beni. Appartiene a chi è capace di vedere l’illusione e non caderci dentro. Appartiene a chi capisce che la vera libertà nasce dal distacco, non dall’accumulo. Che essere”qualcuno”non significa possedere, ma esistere. Essere presenti, radicati, integri, nonostante il rumore del mondo. Perché alla fine, quando tutto crolla, resta solo ciò che non si può comprare: la dignità, la coscienza, il carattere, la verità interiore.
Il resto…. E polvere che passa.
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