Ci hanno chiamati la polveriera d’Europa. Ci hanno chiamati la periferia d’Europa. Come se i Balcani fossero sempre stati il luogo da osservare da lontano: troppo complicati, troppo orgogliosi, troppo divisi, troppo difficili da comprendere. Eppure questa cosiddetta periferia è stata continuamente al centro della storia europea. Imperi, confini, guerre, nazionalismi, interessi geopolitici, religioni, alleanze e rivalità hanno attraversato per secoli le nostre terre. E noi siamo rimasti qui. Albanesi, serbi, bosniaci, montenegrini, croati, macedoni, greci e tutti gli altri popoli di questa regione. Con le nostre lingue. Con le nostre ferite. Con i nostri morti. Con le nostre versioni della storia. E troppo spesso anche con l’odio che una generazione ha consegnato alla successiva. Oggi, però, io non voglio parlare soltanto da albanese. Non voglio parlare soltanto di politica. Non voglio nemmeno parlare come qualcuno che studia la storia e cerca continuamente risposte dentro il passato. Oggi voglio parlare semplicemente come essere umano. Io sono con il mio popolo. Sono con gli albanesi. Sono con i cittadini del Kosovo. Sono con la memoria delle nostre vittime, con la sofferenza delle famiglie, con chi ha perso la propria casa, la propria terra, i propri cari. Ma proprio perché conosco il valore di quella sofferenza, non voglio trasformarla in un’eredità di odio. E sono anche con quei popoli che ancora oggi qualcuno vorrebbe insegnarmi a considerare nemici. Perché un governo non è un popolo. Un esercito non è un popolo. Un criminale non è un popolo. E soprattutto un bambino nato oggi non può essere considerato responsabile dei crimini commessi prima ancora che venisse al mondo. Questa distinzione per me è fondamentale. Perdonare un popolo non significa assolvere un crimine. Cercare la pace non significa cancellare la storia. Volere la riconciliazione non significa dimenticare le vittime. La memoria deve rimanere. I documenti devono rimanere. I nomi devono rimanere. Le responsabilità individuali e istituzionali devono essere accertate. Ma l’odio non deve rimanere. Perché se consegniamo ai nostri figli solamente il dolore, senza insegnare loro anche cosa farne, allora permettiamo alla guerra di continuare anche quando le armi hanno smesso di sparare. Io non voglio questo per i Balcani. Non voglio che un bambino albanese cresca pensando che deve odiare un bambino serbo. Non voglio che un bambino serbo cresca pensando che deve diffidare di un albanese. Non voglio che bosniaci, croati, montenegrini, macedoni o qualunque altro popolo della nostra regione debbano portarsi addosso, per nascita, una colpa collettiva. Vorrei che un giorno i nostri figli potessero incontrarsi e chiedersi: “Chi sei?” E che la risposta non fosse più una barricata. Sono albanese. Sono serbo. Sono bosniaco. Sono croato. Sono montenegrino. Sono macedone. Bene. E dopo? Sei capace di amare? Sai rispettare? Sai vivere accanto a qualcuno diverso da te? Sai guardare la storia senza trasformarla in un’arma? Queste dovrebbero essere le domande del futuro. Per troppo tempo nei Balcani abbiamo imparato a conoscere perfettamente ciò che ci divide. Forse è arrivato il momento di studiare con la stessa attenzione ciò che può unirci. Non chiedo di diventare un unico popolo. Non voglio cancellare identità, bandiere, lingue o memorie. Al contrario. Voglio che ognuno possa essere orgoglioso della propria identità senza aver bisogno di umiliare quella dell’altro. Perché l’identità che necessita di un nemico per sopravvivere è un’identità fragile. Io sono orgogliosa delle mie radici albanesi. E proprio per questo non ho bisogno di odiare nessuno. La forza di un popolo non si misura soltanto dalla capacità di combattere. A volte la forza più grande arriva dopo la guerra. È la capacità di non permettere al dolore di trasformarti in ciò che hai combattuto. Noi albanesi conosciamo la resistenza. Conosciamo l’orgoglio. Conosciamo il valore della libertà. Allora dobbiamo conoscere anche un’altra forma di coraggio: quello di spezzare la catena dell’odio. Non per dimenticare. Ma perché ricordiamo abbastanza da sapere dove porta. I Balcani sono stati definiti per troppo tempo una polveriera. Forse dovremmo domandarci chi abbia acceso quelle micce, chi abbia alimentato le divisioni, chi abbia beneficiato delle nostre rivalità e quante volte siano stati i popoli comuni a pagare il prezzo più alto. Ma soprattutto dobbiamo domandarci che cosa vogliamo essere domani. Perché non siamo obbligati a vivere eternamente dentro le definizioni che altri hanno scritto per noi. Non siamo soltanto la polveriera d’Europa. Non siamo soltanto la periferia d’Europa. Siamo popoli antichi che hanno attraversato imperi, guerre, occupazioni, divisioni e confini. E possiamo scegliere che i nostri figli ereditino la memoria senza ereditare il nemico. Io questo sogno per l’Albania. Lo sogno per il Kosovo. Lo sogno per la Serbia. Lo sogno per la Bosnia, il Montenegro, la Croazia, la Macedonia del Nord e per tutti i Balcani. Una generazione che conosca perfettamente la propria storia, ma che non abbia più bisogno di vivere prigioniera di essa. Perché forse la vera vittoria dei nostri popoli non arriverà quando riusciremo a dimostrare chi ha sofferto di più. Arriverà quando nessuno dovrà più soffrire per dimostrarlo. E forse allora quella terra che l’Europa ha chiamato per secoli “periferia” potrà insegnare qualcosa proprio al centro: che dopo tanto sangue, la scelta più rivoluzionaria non è un’altra guerra. È la pace.
Rispondi