Andriana Art Poetry

Arte & Scrittura

Tra convivenza moderna, responsabilità perduta e vecchie costrizioni che non devono tornare .Sono contro molte cose. Posso essere contro una religione quando pretende di controllare la coscienza dell’individuo. Posso essere contro una politica quando smette di rappresentare le persone. Posso essere contro tradizioni che hanno sacrificato intere generazioni in nome dell’onore, del cognome o dell’interesse familiare. Ma non sarò mai contro la famiglia. Sono però contro una famiglia costruita male. Contro quella imposta. Contro quella che nasce dalla paura. Contro quella dove una donna deve restare perché economicamente dipendente. E sono altrettanto critica verso un altro modello, apparentemente modernissimo, nel quale chiamiamo libertà ciò che qualche volta è soltanto assenza di responsabilità. Vivendo tra culture diverse, soprattutto quella balcanica e quella italiana, vedo due estremi quasi opposti. Da una parte esiste ancora, in alcune realtà dei Balcani, il peso di modelli patriarcali nei quali la famiglia può esercitare un’influenza enorme sulla scelta del partner. Sarebbe scorretto attribuire questo fenomeno a tutti i Balcani o a tutte le famiglie: le differenze sociali, territoriali e generazionali sono enormi. Ma sarebbe altrettanto scorretto fingere che certe realtà siano completamente scomparse. Ancora nel 2025 UNICEF denunciava in Serbia la persistenza dei matrimoni precoci, soprattutto nelle comunità più vulnerabili, e riportava percentuali particolarmente elevate nelle comunità rom. In Montenegro, UNICEF continua a indicare i matrimoni precoci come un problema serio soprattutto nelle comunità rom ed egiziane. Una ragazza non deve essere promessa. Non deve sposarsi per spegnere un conflitto tra famiglie. Non deve essere consegnata a qualcuno perché così vuole il padre, il clan, il paese, la tradizione o l’onore. Quella non è difesa della famiglia. È negazione della libertà. Ma dall’altra parte abbiamo costruito un modello occidentale che merita altrettanta attenzione. In Italia il matrimonio continua a diminuire. Nel 2024 sono stati celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto all’anno precedente. Nello stesso tempo, le libere unioni sono passate da circa 440 mila all’inizio degli anni Duemila a oltre 1,7 milioni nel biennio 2023-2024. Questo non dimostra che convivere sia sbagliato. Dimostra però che il modo di costruire la famiglia è cambiato profondamente. E qui nasce la domanda che pochi vogliono fare: abbiamo ottenuto maggiore libertà oppure, insieme alla libertà, abbiamo normalizzato anche una maggiore precarietà nei rapporti? Oggi sentiamo continuamente parlare di 50 e 50. Metà dell’affitto. Metà della spesa. Metà delle bollette. Metà delle vacanze. Separazione dei patrimoni. Ognuno con il proprio conto. Ognuno con le proprie sicurezze. Nel 2024, il 74,8% dei matrimoni celebrati in Italia ha scelto la separazione dei beni. Non c’è nulla di moralmente sbagliato nella separazione patrimoniale. Può essere una scelta razionale e perfettamente legittima. Ma dobbiamo smettere di confondere automaticamente la divisione economica con l’uguaglianza. Perché il 50 e 50 scritto sul conto corrente può diventare molto facilmente 70 e 30 nella vita reale. I dati dell’Istat sono eloquenti. Nel 2023, considerando le persone dai 25 anni in su, le donne dedicavano mediamente al lavoro familiare 4 ore e 44 minuti al giorno, contro 2 ore e 6 minuti degli uomini. Anche nelle coppie tra 25 e 64 anni in cui entrambi lavorano, permane una forte asimmetria: il 68,9% del lavoro familiare ricade sulle donne. Allora la domanda diventa inevitabile. Se una donna paga metà dell’affitto, metà della spesa e metà delle vacanze, ma contemporaneamente sostiene la quota maggiore del lavoro domestico, dell’organizzazione della famiglia e spesso della cura dei figli, possiamo davvero continuare a chiamarlo 50 e 50? Io no. Lo chiamo uguaglianza contabile senza uguaglianza sostanziale. E qui nasce la mia critica alla convivenza quando diventa una zona di comodità permanente. Non sto dicendo che ogni convivenza sia sbagliata. Non sto dicendo che ogni uomo convivente sfrutti una donna. Sto dicendo qualcosa di molto più preciso. Quando una persona riceve tutti i vantaggi di una famiglia — casa condivisa, affetto, sessualità, sostegno emotivo, quotidianità, spesso figli — ma continua per anni a evitare deliberatamente qualsiasi forma di responsabilità o progetto comune perché vuole “sentirsi libera”, quella libertà merita di essere interrogata. Perché la libertà di uno non può essere costruita sulla precarietà dell’altro. E vale anche nel matrimonio. Esiste un altro uomo: quello che vive dentro un matrimonio ormai infelice, ma non vuole perderne la stabilità economica, sociale o familiare. Non lascia la moglie. Non affronta il problema. Non prende una decisione. Però cerca altrove emozione, sesso, comprensione o innamoramento. E magari coinvolge un’altra donna facendole credere che un giorno cambierà qualcosa. Quello non è un uomo intrappolato soltanto dalle circostanze. Se mente a entrambe, sta scegliendo la propria comodità a spese di due persone. La parola corretta è irresponsabilità affettiva. A volte anche opportunismo. La modernità ci ha insegnato una cosa fondamentale: nessuno deve rimanere dentro una relazione per forza. Ed è una conquista. Ma dovremmo aggiungere una seconda frase: nessuno dovrebbe neppure poter pretendere i benefici di una relazione senza assumersi le responsabilità che quella relazione comporta. E allora forse non dobbiamo scegliere tra passato e presente. Del passato dobbiamo recuperare una cosa sola: il valore attribuito alla parola data e alla responsabilità. Non le spose bambine. Non i matrimoni combinati. Non la donna economicamente prigioniera del marito. Non il controllo delle famiglie. Non l’onore che vale più della felicità delle persone. E della modernità dobbiamo conservare ciò che davvero rappresenta progresso: la libertà di amare. La libertà di scegliere. La libertà di lasciare una relazione che distrugge. L’indipendenza economica. L’uguaglianza giuridica. Ma senza trasformare la libertà in una giustificazione per non scegliere mai. Io non voglio tornare indietro. Voglio andare avanti meglio. Voglio una donna libera che non debba supplicare un uomo di mantenerla. Ma voglio anche un uomo capace di dire: “Ho scelto questa persona e me ne assumo la responsabilità.” Voglio due persone economicamente autonome, ma capaci anche di costruire qualcosa che non sia continuamente diviso in “questo è mio” e “questo è tuo”. Voglio che nessuna donna debba sposarsi perché lo decide la famiglia. Ma voglio anche che nessuna donna debba trascorrere dieci anni in una relazione aspettando che qualcuno decida finalmente se vuole davvero costruire una vita con lei. La famiglia non deve essere una prigione. Ma non può nemmeno diventare un albergo sentimentale nel quale si rimane finché conviene. Una famiglia dovrebbe essere una scelta libera tra due persone che potrebbero andarsene, ma decidono consapevolmente di restare. Non per paura. Non per religione. Non per interesse. Non perché qualcuno glielo impone. Per amore, responsabilità e progetto. Questa, per me, è la famiglia da difendere. Non quella del passato. Non quella imposta dal presente. Quella che dobbiamo ancora avere il coraggio di costruire. Andriana Art Poetry

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