Andriana Art Poetry

Arte & Scrittura

Ma la memoria non muore con lui Oggi, 27 agosto 2026, è morto Ratko Mladić, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Aveva 84 anni e stava scontando l’ergastolo dopo la condanna internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La sua morte rappresenta la fine biologica di un uomo, non la fine di una storia. Mladić rimarrà inevitabilmente legato soprattutto a Srebrenica, dove nel luglio del 1995 furono uccisi più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi. Rimarrà legato anche all’assedio di Sarajevo e a una guerra che lasciò dietro di sé città distrutte, famiglie spezzate, profughi e ferite ancora oggi presenti nei Balcani. Di fronte alla morte di una figura tanto controversa è facile ricadere nelle vecchie divisioni: serbi contro bosniaci, musulmani contro cristiani, vincitori contro sconfitti. Ma sarebbe ancora una volta un errore. I crimini hanno responsabili. Non hanno un’etnia da trasmettere ai figli. Nessun popolo dovrebbe essere dichiarato colpevole per ciò che hanno fatto comandanti, governi, eserciti o gruppi politici. Allo stesso modo, nessun crimine dovrebbe essere cancellato o ridimensionato per proteggere l’orgoglio nazionale. È proprio questo uno degli insegnamenti più difficili lasciati dalle guerre jugoslave: quando il nazionalismo convince gli uomini che la propria identità vale più della vita dell’altro, il vicino può trasformarsi rapidamente in nemico. E a pagare sono quasi sempre le persone comuni. Donne. Bambini. Famiglie. Persone che fino al giorno prima abitavano la stessa strada, frequentavano gli stessi mercati e condividevano la stessa terra. Mladić è morto, ma le vittime non possono diventare soltanto numeri nei libri di storia. Dietro ogni numero esisteva una persona, una casa, qualcuno che aspettava il suo ritorno. La giustizia internazionale ha pronunciato la propria sentenza e quella sentenza appartiene ormai alla storia. La condanna definitiva di Mladić non dovrebbe essere utilizzata per alimentare odio verso il popolo serbo, così come la memoria delle vittime non dovrebbe essere sacrificata sull’altare del nazionalismo o del revisionismo. Ricordare non significa vendicarsi. Ricordare significa impedire che qualcuno possa domani raccontare che non è successo nulla. I Balcani hanno conosciuto abbastanza confini tracciati con il sangue, abbastanza propagande e abbastanza uomini convinti di poter decidere chi avesse diritto di vivere su una determinata terra. Forse oggi la riflessione più importante non riguarda nemmeno Ratko Mladić. Riguarda noi. Riguarda quello che scegliamo di fare con la memoria. Possiamo usarla per continuare una guerra terminata trent’anni fa oppure possiamo trasformarla in uno strumento affinché nessuna nuova generazione debba vivere ciò che hanno vissuto Sarajevo, Srebrenica e tante altre città dei Balcani. Gli uomini muoiono. Le ideologie possono sopravvivere. Ed è per questo che la memoria deve essere più forte di entrambe. Andriana Art Poetry

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2 risposte a “Ratko Mladic è morto”

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