C’è qualcosa che in questi giorni colpisce più della cronaca stessa: la normalizzazione della mancanza di rispetto verso le forze dell’ordine. Scene di insulti, aggressioni, delegittimazione continua di Chi indossa una divisa vengono raccontate quasi come fossero una conseguenza inevitabile del dissenso. Ma non lo sono. E non dovevano mai diventarlo.
La corsa dell’ordine non sono un concetto astratto. Sono uomini e donne che lavorano in strada, spesso in condizioni difficili, esposti al rischio fisico e psicologico, chiamati agenzia tensioni che non hanno creato. Colpirli, insultarli o trattarli come nemici non è un atto di coraggio né di libertà: è una sconfitta civile.
Il diritto di protestare è sacrosanto. Il diritto di criticare le istituzioni e parte integrante di una democrazia. Ma la violenza è Il disprezzo sistematico non sono critica, sono un corto circuito sociale che finisce per colpire tutti. Quando il rispetto per chi garantisce l’ordine viene meno, il messaggio che passa è pericoloso: che le regole valgano solo quando fanno comodo.
C’è un dispiacere profondo nel vedere le forze dell’ordine trattate come un bersaglio legittimo. Dietro una divisa ci sono famiglie, turni massacranti, stipendi spesso insufficienti rispetto alle responsabilità, è un carico emotivo che raramente viene raccontato. Non sono macchine dello stato: sono persone.
Una società matura non è quella che elimina il conflitto, ma quella che sa dargli un confine. E quel confine si chiama rispetto. Senza rispetto per chi tutela la sicurezza, la convivenza si sgretola, la fiducia si rompe la democrazia si indebolisce.
Difendere il rispetto per le forze dell’ordine oggi non significa chiudere gli occhi davanti agli errori, ma rifiutare l’idea che l’odio e la violenza siano strumenti accettabili. Perché quando cade il rispetto, non vince nessuno. Perde lo stato,perde la società, perdiamo tutti.
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